Il giovane architetto mugellano Pietro Pini (Scarperia) ci invia questo interessante contributo -proposta per ridurre il rischio idraulico nelle nostra strade. Un’idea da leggere con attenzione: Nella società contemporanea si presta sempre più attenzione al tema della sostenibilità, promuovendola in tutti i settori: economico, ambientale e sociale. Nel campo dell’architettura sono note le principali soluzioni e tecnologie che rendono gli edifici indipendenti dal punto di vista energetico, considerando anche il ciclo di vita dei materiali impiegati. Anche in urbanistica è possibile fare delle scelte che indirizzino le città verso uno sviluppo sostenibile. Molti sono gli interventi attuabili: si parla, ad esempio, di rigenerazione urbana o di ricucitura urbana per tutte le operazioni volte a ridisegnare un tessuto edilizio esistente caratterizzato da squilibri. Si pensi a tutte le aree artigianali oppure alle zone periferiche sviluppate esclusivamente con destinazione residenziale. Non è difficile in queste aree riconoscere gli effetti negativi di non-sostenibilità, generati da questi squilibri. Oggi però la sostenibilità di un territorio deve interessare anche strategie per la mitigazione del rischio idrogeologico. La crescente cementificazione dei suoli e l’abbandono della coltivazione a mezzadria ha avuto come effetto quello di portare ad un rapido allontanamento delle acque meteoriche che vengono convogliate e indirizzate in fiumi sempre più confinati nei propri alvei. Questo fattore, unito all’aumento della frequenza di eventi metereologici anomali, espone le città a rischi crescenti di frane, inondazioni e allagamenti. I costi economici prodotti dal dissesto sono enormi. E’ corretto considerare anche i costi indiretti: si pensi alle molteplici rotture del sistema fognario che, sottoposto ad alte pressioni improvvise, a seguito delle cosiddette “bombe d’acqua”, collassa obbligando la società gestore del servizio (Publiacqua) a spese per manutenzioni straordinarie e ripristini. Oltre alle ben note “casse d’espansione”, è possibile realizzare degli interventi per mitigare il rischio idraulico introducendo i rain gardens (letteralmente giardini della pioggia). Si tratta di piccole depressioni e avvallamenti ricoperti di piante e alberi specifici, simili ad aiuole, in grado di convogliare e trattenere le acque meteoriche superficiali provenienti da strade, tetti di edifici e da grandi aree pavimentate. Le acque raccolte sono assorbite naturalmente dal terreno, in maniera lenta e costante prima di confluire in fognatura. Lo sfasamento temporale tra l’evento temporalesco e tra il convogliamento in torrenti e fiumi, determina la mitigazione del rischio idraulico, prevenendo inoltre il fenomeno dell’allagamento stradale. I rain gardens permettono anche di filtrare le acque in maniera del tutto naturale, riducendo l’inquinamento idrico. E’ possibile realizzare questi piccoli “giardini della pioggia” soprattutto sfruttando tutti quegli spazi dei nostri paesi che sono relegati a marginalità: spartitraffico e rotonde, piccole aiuole inutilizzate, strisce di terreno confinate tra una strada e un muretto di confine, cordonati inerbiti di separazione dei parcheggi, ecc… Questi non-luoghi sono frequenti e seppur siano catalogati come spazi “a verde” ed effettivamente siano nella maggior parte inerbiti, si tratta di un verde pubblico di scarsa qualità e di ancor meno utilizzo: al massimo li vediamo usati per le deiezioni canine. Per generare i benefici descritti si deve prevedere un’adozione diffusa a livello regionale e di area vasta, incentivando gli stessi privati a dotarsene. I costi di un progetto simile, rispetto alla classica aiuola, sono maggiori. Rapportati ai costi prodotti dal dissesto, invece, sono da considerare come un investimento che produce un risparmio per la spesa pubblica nel medio-lungo periodo. Con la realizzazione di un rain garden sperimentale si può determinare con precisione l’incidenza del progetto. Inoltre, a seguito di una diffusione degli stessi, si possono verificare i risultati semplicemente monitorando il numero di interventi di riparazione del sistema fognario eseguiti dal gestore. Riprogettando le marginalità si ottiene un duplice effetto: un efficace contributo alla mitigazione del rischio idraulico e una riqualificazione di spazi inutilizzati del nostro territorio. E poi si sa, la bellezza è nei dettagli.
arch. Pietro Pini
















