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Ormuz, la tregua e il crollo del barile: cosa sta succedendo alla quotazione del petrolio

L’attivazione delle accise mobili dipende dall’andamento dei prezzi internazionali del petrolio. Il prezzo di riferimento per il Brent,

Poche volte nella storia recente un singolo corridoio marittimo ha tenuto in ostaggio i mercati energetici globali con tanta intensità. Lo Stretto di Hormuz — 33 chilometri di larghezza nel punto più stretto, tra la penisola arabica e le coste iraniane — è il passaggio obbligato per quasi il 20% del petrolio e il 17% del gas naturale liquefatto che circolano nel mondo. Quando, tra la fine di marzo e le prime settimane di aprile 2026, l’Iran ha de facto bloccato il traffico petrolifero attraverso quello stretto, i mercati energetici globali sono entrati in una crisi senza precedenti dall’era dei conflitti del Golfo degli anni Novanta.

Il risultato è stato immediato e brutale: il Brent, il benchmark europeo del greggio, è salito fino a sfiorare 120 dollari al barile. Il WTI americano ha toccato quota 111 dollari. Le compagnie di navigazione hanno sospeso i transiti, i premi assicurativi sulle petroliere sono decuplicati, e l’Arabia Saudita — già con la capacità produttiva ridotta di 600.000 barili al giorno a causa di attacchi alle sue infrastrutture — non era in grado di compensare il deficit di offerta.

L’accordo che ha cambiato tutto

L’annuncio del cessate il fuoco tra USA e Iran, nella notte tra il 7 e l’8 aprile 2026, ha ribaltato lo scenario in poche ore. La quotazione petrolio ha perso oltre il 14% in una singola seduta — uno dei cali giornalieri più consistenti degli ultimi vent’anni. Il Brent è sceso da oltre 110 dollari a meno di 94 dollari al barile, il WTI si è portato intorno ai 95-96 dollari.

Ma la discesa non è stata lineare né rassicurante. Nelle ore successive all’accordo, sono emerse le prime tensioni interpretative: Israele ha dichiarato che le sue operazioni in Libano non rientrano nell’ambito della tregua, l’Iran ha accusato Washington di violare già alcuni termini dell’intesa, e lo stretto di Hormuz è rimasto di fatto semichiuso per diversi giorni, con solo sporadici transiti di petroliere. Il mercato ha risposto con una volatilità estrema: rialzi e ribassi del 3-4% nella stessa giornata sono diventati la norma.

Le conseguenze per i prezzi in Italia

Per gli italiani, la crisi energetica di aprile 2026 si è tradotta in modo diretto e doloroso al distributore di benzina. Il gasolio ha superato i 2,2 euro al litro in diverse regioni — con picchi a Bolzano, Sicilia e sulle autostrade — mentre la benzina self service ha toccato 1,79 euro al litro sulla rete ordinaria. L’Unione Nazionale Consumatori ha stimato un extra-costo di circa 1.700 euro annui per una famiglia media rispetto ai livelli pre-crisi.

Il paradosso denunciato dalle associazioni dei consumatori è stato quello dei ritardi nei ribassi: anche dopo il crollo del greggio conseguente alla tregua, i prezzi alla pompa sono scesi con tre giorni di ritardo e in misura insufficiente rispetto alla flessione del barile. Un meccanismo di trasmissione asimmetrico — i rialzi si trasferiscono in fretta, i ribassi lentamente — che il Codacons e l’UNC hanno definito speculativo, chiedendo al ministero delle Imprese un intervento normativo strutturale.

ENI, il principale attore italiano del settore, ha vissuto settimane di forte volatilità in borsa: il titolo ha prima beneficiato dei prezzi alti del greggio, poi ha ceduto bruscamente con la discesa post-tregua. Sul fronte della produzione, ENI ha confermato la continuità delle operazioni nei suoi asset africani e nel Mediterraneo, ma ha riconosciuto che la situazione nel Golfo Persico ha complicato la logistica degli approvvigionamenti.

Cosa succederà ora

Il nodo centrale è la durata della tregua. L’accordo siglato l’8 aprile ha una scadenza di due settimane, durante le quali USA e Iran dovrebbero avviare negoziati più strutturati. Se il processo diplomatico dovesse progredire, il Brent potrebbe consolidarsi nella fascia 85-95 dollari — un livello comunque elevato rispetto alla media storica degli ultimi anni, ma gestibile per le economie importatrici come l’Italia.

Se invece la tregua dovesse collassare — scenario tutt’altro che improbabile, con Israele che continua a operare in Libano e le accuse reciproche tra le parti — il mercato potrebbe ritestare rapidamente quota 110-115 dollari al barile. In quel caso, per l’Italia significherebbe una nuova fiammata inflazionistica, pressione sulla Banca Centrale Europea per mantenere i tassi alti più a lungo, e un ulteriore deterioramento del potere d’acquisto delle famiglie.

La crisi di Hormuz del 2026 ha ricordato a tutti — governi, aziende e cittadini — quanto sia ancora profonda la dipendenza delle economie avanzate dal petrolio, e quanto fragile sia l’equilibrio geopolitico su cui si regge l’approvvigionamento energetico globale.

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