La recente cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali ha riacceso i riflettori non solo sulla bellezza estetica di una manifestazione globale di tale portata, ma anche sui valori profondi che essa intende veicolare. Un nostro lettore, seguendo con attenzione l’evento, ha voluto condividere una disamina che parte dal successo dell’iniziativa per spingersi verso territori politici e culturali di stretta attualità. Se da un lato l’impronta voluta dagli organizzatori ha centrato l’obiettivo di stimolare l’amor proprio e l’orgoglio nazionale, generando processi virtuosi in ambito sociale ed economico, dall’altro emerge un interrogativo cruciale sulla direzione che il nostro continente sta intraprendendo in un’epoca di crisi della globalizzazione.
L’analisi proposta si sofferma sul rischio che la cultura liberal-democratica europea sta correndo di fronte alle pressioni violente delle grandi potenze economiche e militari mondiali. In questo scenario, gli stati nazionali si trovano a un bivio decisivo tra la tutela degli interessi particolari e la necessità di dotarsi di una forza industriale e militare comune, un obiettivo raggiungibile solo attraverso una reale integrazione europea. Il dubbio sollevato è se lo spirito nazionalistico, così marcatamente celebrato durante la passerella olimpica, possa in qualche modo rappresentare un intralcio al progetto di un’Europa forte e coesa.
Secondo la visione del nostro lettore, pur cogliendo tutti i benefici immediati che le Olimpiadi possono offrire ai territori, è fondamentale promuovere parallelamente una cultura della stratificazione della sovranità. Il suggerimento è quello di orientare il nostro ethos verso il superamento della centralità esclusiva degli stati nazionali, ricalcando idealmente quel passaggio epocale che portò dal Medioevo alla modernità con il superamento dell’idea di Impero. Oggi la sfida consiste nel declinare la sovranità non più come un potere che non riconosce entità superiori, ma come una struttura articolata che armonizza le comunità locali, le nazioni e l’Unione Europea.
Questa prospettiva delinea un modello di governance dove non esiste un livello gerarchico predominante, bensì un sistema fondato sul rispetto delle specificità di ogni grado di appartenenza. In un mondo che muta rapidamente, la riflessione ci invita a considerare lo sport e le sue celebrazioni non solo come un momento di gioia collettiva, ma come il punto di partenza per una maturazione civile che sappia guardare oltre i confini del proprio Stato per costruire una casa comune più solida e resiliente.







