La carta da forno è uno di quegli oggetti che finiscono in cucina quasi senza pensarci. Si usa ogni giorno per cuocere senza sporcare le teglie.
Eppure dietro un prodotto apparentemente innocuo si nasconde una questione ambientale e sanitaria sempre più discussa: la presenza dei PFAS, le sostanze chimiche soprannominate “inquinanti per sempre”.
Un test di laboratorio condotto dalla rivista Il Salvagente su 16 marchi di carta da forno diffusi nei supermercati italiani ha infatti rilevato tracce di queste sostanze in gran parte dei prodotti analizzati. Nessuno supera i limiti fissati dalla normativa europea, ma il dato che emerge è un altro: la presenza è diffusa e alimenta il dibattito sull’esposizione cumulativa e sull’impatto ambientale.
La ricerca ha preso in esame sedici prodotti di largo consumo, tra cui marche vendute nella grande distribuzione e nei discount. Tra queste compaiono Domopak, Cuki, Conad, Esselunga, Coop, Carrefour, Lidl, Eurospin, Pam, Todis, Selex ed Ecor.
Secondo i risultati del laboratorio, solo due campioni – Domopak e Carrefour – hanno mostrato livelli di PFAS inferiori alla soglia di quantificazione, cioè così bassi da non poter essere misurati con precisione. In tutti gli altri casi, invece, le analisi hanno rilevato la presenza di almeno due sostanze appartenenti alla famiglia dei composti perfluoroalchilici.
In un caso specifico, quello della carta forno aromatizzata venduta da Lidl, sono state individuate tre sostanze differenti. Un risultato che non implica automaticamente un rischio immediato per i consumatori, ma che conferma come questi composti siano ancora molto presenti nei materiali destinati al contatto con gli alimenti.
Cosa sono i PFAS e perché preoccupano gli scienziati
I PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) sono una vasta famiglia di composti chimici utilizzati da decenni nell’industria per rendere i materiali resistenti all’acqua, ai grassi e alle alte temperature. Per questo motivo sono stati impiegati in moltissimi prodotti: tessuti tecnici, imballaggi alimentari, cosmetici, pentole antiaderenti e persino schiume antincendio.
Il problema principale è la loro estrema persistenza nell’ambiente. Una volta dispersi, si degradano con grande difficoltà e possono accumularsi in acqua, suolo e organismi viventi.
Diversi studi scientifici hanno associato alcune molecole della famiglia PFAS a disturbi endocrini, effetti sul sistema immunitario, problemi tiroidei e possibili rischi cancerogeni. Non tutte le sostanze hanno lo stesso livello di pericolosità, ma proprio la loro diffusione globale ha spinto istituzioni e ricercatori a monitorarle con crescente attenzione.

Le sostanze individuate nelle analisi (wwwokmugello.it)
Nel test sono state individuate tre diverse tipologie di PFAS.
La prima è l’acido perfluorobutanoico (PFBA), una sostanza che deriva dalla degradazione del PFOA, uno dei PFAS più noti e già vietato in Europa per la sua tossicità. Il PFBA è particolarmente mobile nell’ambiente e può raggiungere facilmente le falde acquifere.
Le altre due sostanze appartengono alla famiglia degli alcoli fluorotelomerici (FTOH). Si tratta di composti utilizzati come precursori chimici nella produzione di altri PFAS. Sono volatili e possono diffondersi nell’aria, trasformandosi poi in molecole più persistenti e potenzialmente più problematiche.
In particolare:
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FTOH 6:2 può degradarsi in acido perfluoroesanoico (PFHxA), già limitato in diversi utilizzi nell’Unione europea
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FTOH 8:2 è un precursore del PFOA, classificato come cancerogeno per l’uomo dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro
Gli esperti ricordano che il fatto di aver individuato solo queste tre sostanze non significa che non ne possano essere presenti altre. Oggi esistono infatti circa 10.000 composti appartenenti alla famiglia PFAS.
I limiti europei e la nuova normativa in arrivo
Dal punto di vista normativo, i risultati del test non mostrano violazioni. Tutti i campioni analizzati rientrano nei limiti previsti dal nuovo regolamento europeo sugli imballaggi alimentari, che entrerà pienamente in vigore il 12 agosto 2026.
La normativa stabilisce due parametri principali:
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50 milligrammi per chilogrammo di fluoro totale, un indicatore generale della presenza di PFAS
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250 microgrammi per chilogrammo per la somma di PFAS specifici, considerati tra i più problematici
Secondo le analisi del laboratorio, nessuno dei prodotti supera queste soglie.
Il punto critico, secondo molti esperti, non è tanto la migrazione diretta di PFAS dalla carta forno al cibo – fenomeno che appare limitato – quanto l’impatto ambientale legato alla produzione e allo smaltimento di questi materiali.
Durante i processi industriali o nelle fasi di riciclo e incenerimento, i composti perfluoroalchilici possono infatti disperdersi nell’ambiente, contribuendo alla contaminazione di suolo, aria e falde acquifere.
Una volta presenti nell’ecosistema, questi composti entrano nella catena alimentare e possono accumularsi negli organismi viventi, compreso l’uomo.
Per questo motivo, sempre più istituzioni e ricercatori chiedono una progressiva eliminazione dei PFAS dai materiali a contatto con gli alimenti e lo sviluppo di alternative chimiche meno persistenti.
Il test su 16 marche diffuse nei supermercati(wwwokmugello.it)










