Quattro anni. 1460 giorni. Sono numeri patetici e irrilevanti se pensiamo alla storia dell’uomo, comparso in Africa tra 200.000 e 300.000 anni fa. Ma al giorno d’oggi, in questo XXI secolo dove il mondo è iperconnesso e cambia tutto nell’arco di cinque anni, dalla tecnologia agli scenari geopolitici, sono cifre a dir poco enormi. Prima del 24 febbraio 2022, ovvero quattro anni fa, l’Ucraina era un paese europeo sovrano, ma a partire da quella data la sovranità che esercitava sul suo territorio si è ristretta. Dopo la sottrazione della Crimea nel 2014, ad oggi la percentuale di territorio non più controllato da Kiev è del 20%. Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, decise di risolvere con le armi il conflitto in Donbass – regione della parte est dell’Ucraina, combattuto tra le forze separatiste filorusse e le forze armate ucraine – invadendo il paese con il suo esercito.
I soldati russi riuscirono ad arrivare alle porte di Kiev, e Putin sperava di occupare il paese in una settimana al massimo, con l’intento di instaurare un governo fantoccio. Ma avvenne l’impensabile: con una strenua forza di volontà, i soldati ucraini riuscirono a respingere l’invasione, facendo arretrare l’esercito russo fino al Donbass, che tuttora occupa insieme a buona parte delle regioni meridionali di Kherson e Zaporizhzhya, e a piccole porzioni di altre a nord – Sumy e Kharkiv – e al centro – Dnipropetrovsk -.
Quattro anni di guerra pura che si combatte di città in città, metro per metro, dentro e fuori le trincee, le linee di fango che separano le zone di influenza nemiche, precari baluardi che fanno da scudo alla morte. Guerra pura con lancio di missili e droni che portano distruzione e sangue in una quotidianità che diventa sempre più pesante e che diviene eccezionalità in un attimo, come nella notte del 28 agosto scorso a Kiev, quando un attacco di questo tipo ha colpito edifici residenziali che hanno causato la morte di quindici persone – tra cui quattro bambini – e quarantacinque feriti.
Guerra pura che si combatte con l’arma meteorologica che nell’inverno del 1812 condannò l’esercito francese a una morte lenta e dolorosa, e lo stesso accadde a quello italiano e tedesco nel 1941/43 durante la campagna di Russia: il freddo. Con la differenza che a patirlo non sono soltanto i militari lontani dal focolare di casa, ma i civili. Le piogge di missili che si abbattono sull’Ucraina spesso distruggono infrastrutture energetiche che causano blackout e impediscono il riscaldamento domestico, fiaccando la popolazione.
La situazione è ancora in stallo, e i combattimenti e gli attacchi dal cielo continuano implacabili. Secondo le stime aggiornate al dicembre 2025 del Center for Strategic and International Studies, uno dei think tank più autorevoli al mondo, con sede a Washington, i numeri dei morti sono drammatici: 325.000 tra le forze russe, mentre 145.000 sarebbero i caduti e i dispersi ucraini. Su entrambi i versanti vanno aggiunti i feriti, che sono centinaia di migliaia, e i civili, la maggior parte dei quali ucraini.
Fin da subito il dialogo con i paesi alleati di Kiev è stato minato in partenza, poiché l’Occidente si dice rispettoso del diritto internazionale, il quale sancisce l’integrità territoriale di qualsiasi stato. Dal canto loro, Putin e il suo entourage hanno sempre sostenuto che la guerra non cesserà se non saranno rispettati accordi che prevedano l’annessione dei territori ucraini occupati dalla Federazione Russa, quindi non solo le due regioni del Donbass bramate all’inizio del conflitto – Donetsk e Lugansk – ma anche Zaporizhzhya e Kherson. Non potendo assecondare Putin nelle sue mire espansionistiche, l’Occidente ha deciso di fornire aiuti militari all’Ucraina, senza i quali l’esercito di Kiev non sarebbe sopravvissuto a lungo.
L’Ucraina ha continuato a resistere grazie a Europa e USA, e la speranza era di ottenere una vittoria militare sul campo. Un’utopia, considerando le ingenti risorse della Russia. Il risultato della mancata diplomazia lo vediamo tutt’oggi: una guerra di logoramento portata avanti da due presidenti – Putin e Zelensky – che non hanno alcuna intenzione di cedere di un millimetro sulle proprie posizioni. Entrambi vogliono una pace giusta, ma il problema è che non si avrà fino a quando uno dei due non sarà disposto a rinunciare a qualcosa reputato di fondamentale importanza.
Quando Trump è tornato a abitare la Casa Bianca nel gennaio del 2025 l’aria era di speranza. Il tycoon aveva promesso che in breve tempo – giorni, massimo settimane – avrebbe fatto sì che la guerra cessasse. Ma anche lui, come il suo predecessore democratico Biden, ha dovuto scontrarsi con la realtà. Risolvere un conflitto di tale portata non è come giocare una partita a golf, e la diplomazia a volte non basta quando a dettare le regole sono leader di vasti imperi come la Russia – in questo caso, il più vasto che esista -.
Nell’aprile scorso Trump ha proposto un piano di pace che è stato accolto negativamente sia da Ucraina che da Unione Europea. In sostanza prevedeva il riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, delle regioni controllate dalla Russia. Insomma, una resa. A dicembre scorso Zelensky e i suoi negoziatori, col coordinamento degli Stati Uniti, ne hanno presentato un altro che prevedeva l’integrità territoriale ucraina e congelava il conflitto. Il nuovo piano, rifiutato da Mosca, prevedeva che il 20% della provincia di Donetsk, in Donbass, ancora in mano a Kiev, diventasse una zona speciale economica demilitarizzata a statuto speciale, con ritiro sia di militari ucraini che russi. In questo modo l’esercito russo non sarebbe più potuto avanzare, ma avrebbe continuato comunque a occupare i territori conquistati. La linea del fronte che corre lungo le regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhya e Kherson sarebbe stata congelata – le suddette regioni sarebbero rimaste sotto occupazione della Russia, ma facenti sempre parte dell’Ucraina, che le riconosce come parti integranti del proprio territorio, e perciò incedibili -. L’accordo sarebbe entrato in vigore solo se l’esercito russo si fosse ritirato dalle regioni di Dnipropetrovsk, Mykolaiv, Sumy e Kharkiv. Con questo accordo l’Ucraina non avrebbe ceduto le sue regioni, ma le avrebbe lasciate di fatto in mano alla Russia. Un compromesso sofferto, ma necessario.
La proposta – che Zelensky avrebbe sottoposto a referendum – è stata respinta da Mosca facendo leva su una questione in particolare: il destino dei territori. Mosca ha chiarito che tutte e quattro le regioni occupate – a est il Donbass e a sud Zaporizhzhya e Kherson – devono essere annesse alla Russia, perciò una zona economica demilitarizzata nel Donetsk non è contemplata. Perché la pace arrivi, l’Ucraina deve quindi formalmente rinunciare alle quattro regioni elencate.
Risultato: la guerra continua con il suo carico di distruzione quotidiano, e se non si trova presto un accordo l’Ucraina potrebbe perdere altro terreno. Più conquiste ottiene la Russia, più difficile sarà accordarsi. E’ la legge del dominatore, che essendo in vantaggio detta le condizioni a suo favore. Da gennaio scorso l’Ucraina ha riconquistato 400 chilometri quadrati di territorio, ma rimane comunque un paese invaso da una grande potenza, militarmente dipendente da paesi alleati che da un giorno all’altro potrebbero sospendere gli aiuti – come è già successo con gli Stati Uniti lo scorso luglio, che ha bloccato l’invio di alcuni tipi di armi e munizioni, quali i missili Patriot, essenziali per la difesa aerea -.
Il mondo viaggia in due direzioni: la prima, che potremmo definire informatica e attuale, non ha frontiere e confini, e può mettere in contatto in un secondo cittadini di paesi distanti migliaia di chilometri. La seconda, che potremmo definire territoriale e anacronistica, è ancora legata al concetto di terra, di ciò che mio e tuo. L’esempio più esemplificativo lo vediamo nel conflitto tra Israele e Palestina, dove la terra è più importante di qualunque altra cosa, persino della vita stessa. Le due direzioni sono opposte, eppure convivono, dando vita a un evidente paradosso. La tecnologia in fondo è come un abito appena comprato che non riuscirà a cambiare, almeno per il momento, l’essenza dell’uomo – permeata da desiderio di potere – e il contesto societario in cui vive, sfigurato da conflitti etnici e pretese territoriali.
Come ai tempi di Pompeo e Cesare, l’essere umano è ancora oggi dominato dalla voglia di conquista, anche se oggi a volte non è tanto questo a farlo ricorrere alle armi, quanto la obbligata necessità a dover risolvere una diatriba con la violenza, poiché la diplomazia iniziale non ha dato i frutti sperati. Il contesto in cui vive poi è permeato da frontiere e etnie in guerra. La rete informatica annulla brama di potere, confini e conflitti etnici, poiché è uno spazio avulso dalla realtà fattuale. La rete è sprovvista di confini, non esclude nessuno per via dell’etnia a cui appartiene, e non consente – in quanto formata da dispositivi hardware e mezzi di trasmissione, e non da persone in carne e ossa – l’uso delle armi. Che la realtà della rete, pur con i suoi problemi e le sue imperfezioni da affrontare, sia un esempio pratico di come l’uomo dovrebbe concepire se stesso e la società in cui vive?










