Le vignette di FABU

Dal declino dell’educazione all’epoca dell’odio

Il dibattito nato su Ok Mugello riporta al centro una questione che riguarda anche il nostro territorio: la maleducazione non arrossisce più.

Ok maleducazione

L’intervento di una lettrice di Ok Mugello ha acceso un vivace dibattito sul declino dell’educazione, tra maleducazione diffusa e indifferenza collettiva (articolo qui). Un confronto che ha trovato terreno fertile proprio perché il tema tocca da vicino anche i territori che raccontiamo ogni giorno, in questa amata fetta di Toscana.

C’era un tempo in cui il maleducato buttava una carta per terra e, almeno, provava un filo di vergogna. Oggi no. Oggi la butta, scatta una foto, applica il filtro “tramonto drammatico” e pubblica sui social scrivendo: “Vibes urbane”. L’inciviltà non solo non si nasconde più, ma diventa contenuto, esibizione, perfino stile.

Le panchine dei parchi non sono più panchine: sono diventate autobiografie incise a colpi di chiave. “Kevin ama Sharon”. Forse. Ma la panchina no. La panchina non ama nessuno. La panchina soffre. È lì dal 1992, ha attraversato quattro sindaci, due restauri e oggi porta addosso più cicatrici di un vecchio pirata. Ogni graffio è una firma, ogni incisione una dichiarazione d’amore che dura meno del legno su cui è stata impressa.

I giardini pubblici? Curati, ordinati, splendidi. Finché non arriva il genio creativo che decide che a quell’aiuola manca un tocco personale. Magari un monopattino elettrico lanciato dentro come gesto artistico, come installazione improvvisata, come performance urbana non richiesta.

Viviamo, ci dicono, nell’epoca dell’odio. Le guerre si moltiplicano, le minacce di apocalisse si rincorrono, il dibattito politico si consuma tra insulti e aggressività. È il tempo delle contrapposizioni urlate, delle tifoserie ideologiche, delle parole che diventano armi.

Eppure, forse, un giorno rimpiangeremo persino l’epoca della semplice maleducazione. Perché la maleducazione, per quanto fastidiosa, era ancora un fatto individuale, quasi ingenuo. L’odio, invece, è sistemico, organizzato, alimentato.

E così, mentre discutiamo di grandi conflitti e scenari globali, rischiamo di non accorgerci che il primo fronte aperto è sotto casa nostra: una carta per terra, una panchina sfregiata, un’aiuola trasformata in discarica creativa. Piccoli gesti che raccontano un problema più grande.

Forse la vera rivoluzione, oggi, sarebbe tornare a vergognarsi un po’.

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