Un po' di storia. Le pestilenze, il colera e la febbre spagnola

Attualità
visibility1733 - mercoledì 18 marzo 2020
di Aldo Giovannini
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Foto 1 © Aldo Giovannini

Viviamo momenti davvero brutti, impensabili solo tre settimane orsono, ma purtroppo con questa epidemia ci dobbiamo convivere con la speranza che il tutto finisca al più presto. In questo contesto vogliamo ricordare ai lettori, anche se in modo semplicistico, quello che dovettero subire i nostri nonni in tempi ormai lontani, dimenticati, ma che lasciarono una traccia veramente profonda di disperazione, di dolore, di lutti, di durissime prove cui andarono incontro, fra la fame e tanta miseria; le code alle Coop….lasciamo perdere. Ecco il primo ricordo: Il Colera del 1855.

Era la mattina del sabato 9 dicembre del 1854 quando a Barberino di Mugello (così scrisse il giovane dott. Carlo Livi, di Prato allievo del celebre Prof. Pietro Betti), si stava svolgendo il mercato settimanale, con la piazza che pullulava di tantissime persone giunte anche nel contado, un urlo straziante gridava a voce alta che il “colera” la micidiale malattia, era giunta anche a Barberino, dopo aver infestato da più mesi Livorno ed altre città Toscane. Ecco questo fu il terribile inizio di quella spaventosa epidemia che per cinque mesi, dopo aver dilagato in tutta la vallata mugellana, mietè molte vittime gettando nel terrore e nello sconforto tutti i paesi.

Erano tempi purtroppo nei quali la scienza medica era quella che era, le condizioni di vita di tante famiglie erano miserevoli fra la sporcizia, la miseria, i tuguri dove molti abitavano, e il “coolera” in queste condizioni deplorevoli attecchì facilmente e vertiginosamente. Furono aperti molti lazzaretti, piccoli ospedali improvvisati, i malati allontanati, ma molte furono le vittime e con loro anche i sanitari che tentavano il possibile per arginare questo flagello.

Se il sacerdote don Lino Chini (1834-1902), nella sua monumentale storia mugellana ci ha lasciato una testimonianza, anche il fratello Pio (decoratore anch’esso) nel suo straordinario diario manoscritto (del quale 30 anni orsono ci fece dono l’indimenticabile amico Lino Chini, pronipote del citato Pio) si legge: “Nel 1855 si lavorava con il babbo (Pietro Alessio, il capostipite dei Chini – ndr), ad ornare e decorare la Villa di Poggio Bartoli alle Caselle di Vicchio, per conto del proprietario signor Matteo Papiani. Eravamo a “dozzina” ( vuol dire che pernottavano in Villa fino al termine dei lavori), e il sabato sera quando tornammo a piedi al Borgo (la famiglia Chini abitava nell’attuale piazzale Curtatone e Montanara accanto al Bar Pasticceria Italia), la popolazione era tutta spaventata, impaurita dai tanti morti avvenuti e mio fratello Tito era a San Benedetto in Alpe a pitturare (ma mi dite cari lettori, quanto avranno decorato, ornato, dipinto, affrescato etc,etc, questa famiglia di artisti nel corso degli anni !!), scappò anche lui, e in paese c’era il terrore e noi stammo chiusi in casa con la mamma e gli altri fratelli e sorelle – “.

Questo brevemente quello che scrisse Pio Chini, ma tornando al fratello don Lino nel libro sopra citato, ci ricorda i morti che ci furono. Se a Borgo San Lorenzo il “lazzaretto” fu aperto sotto le arcate del ponte sulla Sieve, per essere più vicini all’acqua per lavarsi e una maggiore igiene per l’acqua corrente del fiume, i panni dei colerosi morti, venivano bruciati in un forno appositamente costruito in località Rimorelli (è la torretta all’interno dello Stadio Comunale Romanelli), proprio davanti al primo cimitero comunale (non quello attuale), che fu costruito a destra per andare a Vicchio (prima del Supermercato Di Più), dove ancora si notano delle tracce murarie perimetrali e la cappella, (in quello spazio c’è una autofficina), che fu decorata come al solito da un Chini: Leto. Questo brevemente quel che accadde nel nostro Mugello nel 1855, ma dopo 65 anni, 1919, ecco altra tragica epidemia: la “febbre spagnola” (Continua)

Nelle immagini (Foto 1): Il prospetto ufficiale dei morti e dei guariti, redatto dal prof. Pietro Betti, dopo la fine dell’epidemia colerosa e pubblicato nel libro di don Lino Chini. Foto 2: Il ponte ottocentesco (costruito nel 1846 sopra le pigne del ponte mediceo del 1624), dove sotto i primi due archi che davano sulla salceta, fu approntato il “lazzaretto”. Foto 3: La cosidetta “torretta” all’interno del Campo Sportivo Comunale “Romanelli” costruita nel 1855 come forno con una piccola ciminiera dove venivano bruciati i vestiti e le coperte dei morti da cholera.

(Foto e Archivio A.Giovannini)

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I commenti degli utenti
  • Gilberto ha scritto il 18 marzo 2020 alle 14:34 :

    MA SENTI LA TORRETTA DEL CAMPO SPORTIVO VENIVANO BRUCIATI I VESTITI DEI COLEROSI! ! Rispondi a Gilberto