Mostro di Firenze - sapremo mai la verità?

​Negli Stati Uniti l'utilizzo del DNA e della genetica genealogica ha permesso di risolvere un gran numero di cold-case.

Paolo Cochi Il Mostro di Firenze al di là di ogni ragionevole dubbio
visibility3076 - OkMugello - sabato 25 luglio 2020
reperti della tenda ed identikit
reperti della tenda ed identikit © OK!Mugello

Dal 2018 a oggi grazie al database di GEDmatch è stato quindi possibile dare un volto a criminali mai catturati. Pensiamo solo al Golden State Killer che ha terrorizzato la California dal 1974 al 1986, commettendo omicidi e stupri, stalkerando con sadiche telefonate le proprie vittime. L'indagine sembrava ormai arenata, ma l'apporto delle nuove tecnologie ha permesso nel 2018 d'identificare nell'ex poliziotto Joseph DeAngelo il famigerato serial killer.

La procedura ha la forma di una vera e propria ricerca genealogica: il DNA del presunto colpevole viene caricato nel database e successivamente collegato con altri DNA appartenenti a parenti alla lontana anch'essi presenti online. In questo modo, ricostruendo un albero genealogico, si cerca di tracciare dei collegamenti che convergano su uno o più individui anagraficamente e geograficamente compatibili con il profilo criminale. L'ultimo step, il decisivo, è confrontare il DNA con il nominativo emerso dalla ricerca. Nel caso del Golden State Killer, gli investigatori hanno sottratto un fazzoletto che De Angelo aveva appena gettato nell'immondizia.
Questo nuovo approccio sta continuando a dare i suoi frutti. Basta una traccia ben conservata, non corrotta per non perdere la speranza. Ogni mese infatti viene fatta luce su nuovi crimini fino a quel momento attribuiti a ignoti. A Seattle, nel maggio 2019, è stato risolto un caso di 52 anni prima, il più vecchio dall'avvento delle tecniche genealogiche: l'assassino di Susan Galvin è stato identificato in Frank Wypych, morto da più di trent'anni.

Come dimostrato con questi due esempi, il tempo non è un nemico se si hanno a disposizione delle tracce valide. Perlomeno è possibile escludere o confermare il sospetto su alcuni indagati.
Viene quindi spontaneo pensare al cold-case italiano per eccellenza. Sarà possibile dare un nome al Mostro di Firenze seguendo la lezione statunitense?
Ci sono reperti capaci ancora di custodire l'identità del peggior serial-killer della nostra storia?

Potrebbe essere interessante anche solo dare un nome a chi sigillato, leccandole, le tre lettere inviate alla Procura di Firenze nel 1985.
Tra il 30 settembre di quell'anno e il 1 ottobre vennero infatti registrate tre buste anonime, una per ogni PM che seguiva il caso. Quelle indirizzate a Canessa e Fleury furono consegnate a mano in Procura, poiché non arrecavano il timbro postale come quella di Vigna. Le teorie hanno sempre oscillato tra chi credeva fosse l'ennesimo affronto del Mostro e chi ritenesse il gesto l'opera di uno dei tanti mitomani che cavalcavano il clima di terrore di quegli anni.

A oggi l'unica certezza è che la saliva presente sulle lettere è di un anonimo con il gruppo sanguigno A. Per dissipare i dubbi, sarebbe interessante cercare un match con il DNA dei numerosi indagati toccati dalle indagini sul Mostro di Firenze. Se ciò non bastasse, il supporto della genetica genealogica potrebbe essere di aiuto.
Forse non si tratterà del vero Mostro di Firenze, ma la verità la possiamo avvicinare solo eliminando alcuni degli infiniti dubbi che hanno tormentato questa triste e infinita vicenda.

Tocca però tenere conto di quanta leggerezza sia stata utilizzata nel conservare i reperti delle scene del crimine. Le difficoltà sono quindi molte e il successo appare un miraggio. Un tentativo però andrebbe fatto, anche solo per provare a raggiungere una verità storica.

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