Firenzuola com'era, una bella descrizione di centosessanta anni fa

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visibility663 - martedì 14 giugno 2022
di Alfredo Altieri
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Firenzuola
Firenzuola © Sito internet Comune Firenzuola

Raffaello Caverni era una figura di prete singolare. Vestiva l'abito talare ed era allo stesso tempo impegnato nella ricerca e nella divulgazione scientifica, si potrebbe dire un uomo dal multiforme ingegno e vanta al suo attivo molte pubblicazioni di fisica, di botanica, di mineralogia ed altro; la sua “Storia del metodo sperimentale in Italia”, si rivelò un lavoro straordinario che fu pubblicato per volumi tra il 1891 e 1900, anno della sua morte.

Il Caverni insegnò matematica e filosofia al Seminario di Firenzuola per 10 anni, e da un suo manoscritto datato 1860, riporto la descrizione che lui fa del paese e del nostro Appennino.

“Firenzuola è bellissimo castello a' confini della Toscana dalla parte di settentrione e all'oriente del così rinomato giogo dell'Appennino che volgarmente si chiama Futa. Egli è regolarissimo e simmetricamente disposto intorno alla strada che lo corre per mezzo, e lungo di essa sono posti in bella ordinanza palazzi di agiatissimi possidenti i quali sono e ben disposti al di dentro ed ben architettati al di fuori.

A' due capi della strada di cui è detto sono due porte che introducono nel paese, le quali serrar si potrebbero quando fosse bisogno e così rinchiudervisi entro i cittadini per modo di starvi non altrimenti sicuri che se tutti fossero in una sola e medesima casa raccolti. Al di sopra della porta maggiore, per la quale imbocca la strada che da Scarperia mena direttamente a Firenzuola, è la campana del Municipio, la quale è sonata a stormo quando alcuna festa ecclesiastica o civile si celebra da' terrazzani e tutti i giorni si sona al tempo dell'Ave Maria e la mattina in sull'alba, forse per far solleciti i villani che sieno alle lor faccende di buon mattino.

Anche gli abitanti di Firenzuola tengono di quella semplicità e quasi direi rustichezza, che comunemente suol ritrovarsi negli abitanti dell'Appennino, ma è semplicità che tanto piace e tanto innamora. Il paese non è arricchito né da commercio né da qualità naturali provenienti dal terreno e dall'industria propria de'paesani, ma è solamente l'affluenza di forestieri, il Seminario e gli altri ufficiali civili ed i possidenti che danno presso a poco di che vivere agli abitanti, ed essi contenti sen vivono quieti e tranquilli, né cercano altro paese ove sperino ricoverare miglior fortuna. E' vero che una buona parte di essi posseggono una certa estensione di terreno che lavorano di propria mano e si raccolgono su tanto grano e tante castagne che basti a sostentare la piccola famigliuola per tutto l'anno.

Benché posto sia alle falde dell'Appennino e sia circondato da altissimi monti che lo recingono tutto intorno, l'aere vi è salubre e vitale e l'orizzonte bastantemente aperto ricevendo un ampio moto del sole che da vita a' felici abitatori di quel terreno. Non è maravigliare per ciò se ivi gli abitanti sono sani, robusti e di bello aspetto e più lungamente vivono quivi che in altro paese; imperocchè né i delicati cibi, né le squisite vivande, corrompono la naturale gagliardia e robustezza del corpo, né troppi acuti desideri e le brame, funeste cagioni di ogni nostra sciagura, tolgono quella pace e quella quiete, che godono beati in mezzo alla loro montagna”.

Molti anni dopo la partenza da Firenzuola, quando era priore a Quarate in Val d'Ema, egli ricorda quel suo soggiorno quasi con nostalgia:

“...Vive mi stanno ancora nella fantasia quelle selve di castagni irsuti, e di antichissime quercie, che rivestono il dorso dell'Appennino, o verdeggianti a primavera, o gialleggianti l'autunno, o incanutite per la neve nel verno, o ingemmate a primavera e risplendenti al sole ne' cristalli del ghiaccio. Mi pare ancora aver nell'orecchio il suono de' ruscelli, quasi parola viva degli aspetti vari della natura, ora rumoreggianti dopo la pioggia torbidi e gialli come viso d'uomo che sia commosso dall'ira; ora con dolce fremito cadenti di rupe in rupe tra' muschi, ora mormoranti con sussurro lieve fra l'erbe, e frettolosi discendere al fiume...”.

Mi viene spontaneo chiedermi quanto è rimasto di questa idilliaca descrizione del paese e dei suoi monti, che avevano così positivamente impressionato Raffaello Caverni.                                                                       Alfredo Altieri

 

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