Tre amici in Santa Lucia tra gli anni '50 e '60. Il ricordo di Piero Valecchi

Una bella lettera del Dott. Piero Valecchi, di Borgo San Lorenzo, che racconta uno spaccato di vita di paese del tempo che fu.

La Redazione C'era una volta in Mugello
visibility1072 - OkMugello - lunedì 20 gennaio 2020
Il trio in quegli anni: da sinistra Enrico Mazzocchi, Roberto Modi e Piero Valecchi.
Il trio in quegli anni: da sinistra Enrico Mazzocchi, Roberto Modi e Piero Valecchi. © Piero Valecchi

Sono nato in via Largo Lino Chini al n 19, al quarto ed ultimo piano del Palazzotto Mazzocchi che ospitava al piano terra (ed ospita tuttora) l'omonima antica tipografia, in quel che si chiamava il rione di Santa Lucia, a Borgo San Lorenzo.

Di fronte alla nostra casa abitava lo zio Orazio con la moglie Gigliola e i figli, i cugini Renzo e Ivana. Quella casa era molto più accogliente della nostra, e la guerra era appena finita, vi era nato mio fratello Alfredo, il primogenito.
Immagino che la presenza della cognata, di altre donne, e di una casa decente, fosse fondamentale per espletare il parto "in casa" nel 1946. Il secondogenito invece, me medesimo, poteva nascere anche nella "mangiatoia", tanto la strada era già aperta. Correva l'anno 1952, un sabato di maggio. Tutto ciò che descriverò sono scarsi ricordi da allora al terremoto del 1960.

La nostra modestissima casa in affitto, si trovava al quarto piano del palazzotto Mazzocchi. Arrivato al piano, sul pianerottolo trovavi tre porte. A destra entravi nel reparto notte, due camere da letto e un gabinetto (gabinetto, non bagno!), a sinistra zona pranzo-soggiorno, ovvero una piccola cucina dotata di balconcino (notare come la zona notte e la zona pranzo fossero divisi dal pianerottolo delle scale condominiali).

Dalla porta di fronte si accedeva alla "terrazzona" di pertinenza condominiale, ma ad uso quasi esclusivamente nostro. La terrazza ricopriva quasi interamente il palazzotto Mazzocchi, ed era addirittura dotata di una torretta con merlatura guelfa. Forse voleva "fare il verso" alle ben più nobili e antiche torri fiorentine, ma rappresentava il campo di battaglia di molti giochi e varie attività di noi bambini e ragazzi. Inoltre il panorama e i tramonti che nella buona stagione vi si godevano, erano spesso impagabili.

Ho ancora nelle orecchie il garrito delle rondini in volo che sfrecciavano veloci quasi a prenderci in giro. La cucina era l'unica stanza dotata di riscaldamento perchè dotata di cucina economica alimentataa legna. Non esistevano ascensori, e ricordo ancora il "carbonaio" Aristei di via Lapi, che saliva le scale pesantemente affaticato con la gerla della legna sulle spalle, allorquando finivamo il combustibile della nostra vitale "cucina economica". La "terrazzona" si contrapponeva alla "terrazzina", un piccolo balcone sul quale si accedeva dalla piccola cucina. Sul balconcino si apriva anche un pertugio che comunicava con una vecchia e buia soffitta. La cucina era il vero centro della vita delle famiglia (sic!). La mamma, era una bravissima sarta da uomo, e li aveva una macchina da cucire Singer, con la quale si intratteneva spesso fino a notte inoltrata per racimolare qualche soldo in più.
La cucina economica era l'unica fonte di riscaldamento, e l'unica riserva di una modesta quantità di acqua calda per tutti gli usi. Le sere d'inverno nel reparto notte erano freddissime, ed i letti non erano da meno. Allora si prendevano le braci residue della cucina, si mettevano in uno scaldino, o cecia, che appesa al trabiccolo, o al prete, si infilavano nei letti per scardarli (Il fuoco a letto).

Letti non di rado dotati di pesanti trapunte chiamate "coltroni", che insieme alle camiciole di lana grezza, pesanti e pruriginose, avevano il compito di combattere un freddo glaciale. Anche l'estate aveva le sue giornate terribili, non esistevano i climatizzatori, e ricordo un episodio in cui tutta la famiglia, come in un grande gioco diretto del babbo, spostò i letti dalle camere in terrazza. Con fili e lenzuola costruimmo sopra di essi una sorta di tenda da campo, dove dormimmo sfuggendo alla calura delle mura infuocate.
In cucina un piccolo mobile bianco e vecchio conteneva le stoviglie per i pasti, il pane, la pasta, il parmigiano accuratamente nascosto dalla mamma (dato l'alto costo), la bottiglia del vino, il sale il pepe, lo zucchero, qualche spezia, e le prese per fare l'acqua frizzante (Idrolitina). Il caffè veniva preparato una volta a settimana, "caffè La Vecchina " facendone bollire la polvere nel tegame. Poi veniva lasciato al caldo sul piano della cucina economica, sempre pronto per il consumo. Quando il caffè era alla finesi puliva il tegame dai "fondi", che venivano usati come concime per le piante di ortensie, e si procedeva alla nuova preparazione.

Il tavolo col piano di marno serviva a tutto: si preparava il cibo, si consumavano i pasti. Vi si facevamo i compiti. La mamma inoltre vi rammendava, cuciva, stirava. In cucina non c'era frigorifero, né lavastoviglie, né lavatrice, né microonde. Solo un piccolo fornello a gas con 3 fuochi, ed una radio Marelli appesa al muro su due mensole, al di sopra del tavolo, per ascoltare il "giornale radio" durante i pasti. Di fronte, un vecchio acquaio in pietra che nonostante l'impegno igienico della mamma, non emanava mai una idea di pulito. Sotto di esso i detersivi, la pietra pomice, la retina di ferro, il detersivo "Scala" che costava pochissimo. Il "Tide" conteneva un giochino per bambini e costava un po' di più, e la mamma non lo comprava quasi mai, se non dopo fastidiose e reiterate insistenze da parte nostra!

Il tutto era chiuso pietosamente alla vista da una tendina che ricordava le gonne di certe donne brutte e grasse. Il bucato veniva fatto in una grossa tinozza, che la domenica si trasformava nella vasca dove fare quel bagno approfondito, sul quale la mamma non derogava "cascasse il mondo". Il televisore, mitico desiderio di molti, nel palazzo lo possedeva solo il proprietario della tipografia. Ma poichè io ero amico del figlio Enrico, eravamo coetanei, compagni di scuola, e giocavamo insieme, potevo usufruirne quando ci era concesso di vedere la " TV dei ragazzi ". Un programma per ragazzi che andava in onda dalle ore 17,00 alle 17,30. A quel tempo esisteva un solo canale RAI, e gli apparecchi erano in bianco e nero! Quando tutta la famiglia voleva assistere ad un programma di risonanza nazionale, tipo "Lascia o raddoppia", o il "Musichiere", la sera dopo cena, bisognava uscire ovviamente solo d'estate, e recarsi nei bar. Unici locali provvisti di televisore.

Ma a guardare la TV dei ragazzi, non eravamo solo in due. C'era anche Roberto, figlio del meccanico di automobili Ottavino Modi, che abitava qualche centinaia di metri più in là in via Pecori Giraldi. Che trio ragazzi! Liberi come l'aria, e non sovraccaricati di compiti scolastici come nei tempi odierni, eravamo padroni del tempo. Dominavamo luoghi aperti e misteriosi come la terrazzona con la torretta, praticamente un castello che sovrastava gran parte del paese, e che invitava a fantasiose e fragorose battaglie con Lancillotto e Mago Merlino, o tra Buffalo Bill e Toro Seduto. Oppure ci eclissavamo in tipografia,tra oscure scaffalature che si trasformavano in grotte e sotterranei da esplorare, per trovare il tesoro nascosto dai pirati che avevano lasciato a guardia mostri spaventosi, le macchine da stampa, che andavano eluse o sconfitte.

Così la nostra curiosità cresceva insieme alla nostra complicità. Insieme a scuola al mattino. Insieme a "far danno" il pomeriggio. Cementando una amicizia difficilmente ripetibile. Sei gambe, una sola testa!
Attiguo alla tipografia c'era il giardino della proprietà Mazzocchi, che noi chiamavamo "l'orto", sul quale estendere i giochi e le più svariate attività, anche imprenditoriali. In autunno raccoglievamo le foglie dalla siepe di alloro. Ne facevamo piccoli pacchetti con l'intento di venderle alle famiglie, perchè l'alloro veniva usato negli arrosti, e nelle ballotte, ovvero le castagne bollite.

D'estate raccoglievamo le foglie di menta, che poi vendevamo al negozio di dolciumi dell'Unica di via Pananti, una antica catena di negozi italiani di caramelle cioccolata e dolciumi vari. Ovviamente il gioco era condotto e supportato segretamente dagli adulti, che erano d'accordo con i negozianti per non deludere dei bambini intraprendenti. Credo che il signor Alessandro Mazzocchi padre di Enrico, fosse il nostro più assiduo e occulto benefattore. Quando non eravamo dediti ad attività economiche, facevamo delle incursioni nel ramo delle costruzioni. Quelle vere. Decidemmo di costruire nell'orto, una vasca per pesci rossi. Facemmo lo scasso: una buca ovoidale enorme. Poi comprammo il cemento, lo impastammo, e cercammo di foderare pavimento e pareti. I risultati non furono un granchè, e la vasca non vide mai alcun pesce rosso. Uno dei pochi insuccessi delle nostre geniali attività.

Ora dovete pensare che non tutte le ciambelle riescono col buco, e mi riferisco ai rapporti con i genitori che non erano particolarmente severi, ma a volte li facevamo proprio scoppiare. Mi ricordo ancora oggi l'unico e indelebile schiaffo ricevuto dal mio babbo in occasione della mia reiterata e petulante e pignucolosa richiesta di andare al cinematografo a vedere "I dieci comandamenti". Quelli della mamma invece non li ricordo in modo particolareggiato, perché tutte le mamme allora menavano a più non posso, se non si ubbidiva!

Roberto a sua volta prese in casa alcune sterline d'oro per giocarci, che poi perse in strada, e la vendetta di suo babbo fu terribile, perchè non lo vedemmo per molti giorni. Enrico sapeva che disubbidire al babbo comportava poi una dolorosa discussione con la cinghia dei paterni pantaloni. Ma in linea di massima le cose andavano bene perchè in paese eravamo sempre sotto lo sguardo di qualcuno che ci conosceva e poteva intervenire o avvertire in caso di necessità. Quindi l'esplorazione libera del mondo allargava continuamente il nostro universo.

Il confronto con gli altri rappresentanti imberbi della specie umana, avveniva in strada. Via Largo Lino Chini, come dice il titolo stesso della strada, si allarga in una sorta di piazzetta laterale, per poi biforcarsi a due strade diverse, dirette verso nord: via Don Giotto Ulivi a sinistra, e via Lapi a destra. Quella piazzetta, nota a tutti con il nome di "Pratino" (c'è una targa che lo ricorda), era un formidabile spazio di socializzazione di adulti e bambini. Lo spazio libero era totale. Le poche auto eventualmente presenti nel quartiere, erano la Fiat seicento con il tettuccio rigorosamente bianco del babbo di Enrico, o raramente qualche vettura della Ditta Braschi che faceva attività di taxi e noleggio.

Attorno a questa piazza orbitava tutto un mondo economico che andava dall'industria come la Tipografia Mazzocchi, e di fronte la fabbrica dei fiammiferi dei Dolfi- Canali, sorvegliata continuamente dalla Guardia di finanza, a tutte le altre attività del genere umano.Il commercio e l'artigianato erano rappresentati dai negozi, o meglio le "botteghe" come l'orto-frutta di Raffaello Pecorini, gli alimentari di Tonino Rossi, il forno di Alfredo Mattioli dove, oltre che a comperare il pane, tutte le famiglie la domenica mattina portavano a cuocere il pollo con le patate: costo della cottura 30 lire, e le patate che da crude sembravano di più. E poi la macelleria, detta del Re Giovanni, proprietà Ciani che, con la moglie Ida, su quel bancone alto di marmo bianco e freddo, sembravano strane divinità alle prese con il tabù del sangue e della carne. Il negozio dei fratelli Bambi, detti "Manovre", che vendeva quei dolciumi da fiera che tanto piacciono ai bambini. Poco lontano il falegname Brandaglia, il fabbro Sargenti, il barbiere Torquato Bianchini detto il Chiò, che aveva un lavorante, il Pozzi che con un piccolo ciclomotore negli anni '50 e' 60 aveva girato tutta l'Italia. E poi, il materassaio-tappezziere, persino i grossisti di olio e vino e alimentari, che rifornivano le botteghe delle frazioni del Mugello, Landini a sud, e Bonanni a nord. E la latteria, in via Lapi, dove il latte appena munto nella attigua stalla del Rinardelli doveva essere preso con la propria bottiglia, e bollito a casa nella pentola, dove si formava quella "crosta" di panna che noi mangiavamo inzuppando il dito appena la temperatura del latte lo consentiva.

E come dimenticare il calzolaio detto "Gigi di Palettate" che riparava e risuolava le scarpe di tutti, accanto a l'altro calzolaio che avevo completamente rimosso, e che tutti chiamavano "Nanchino". A pochi metri di distanza c'era anche un albergo denominato "Il Sole" sempre della famiglia Braschi, e stavo per dimenticare l'unico artigiano ancora presente: il fotografo Tassini, testimone con i servizi fotografici di ogni ricorrenza importante. Il figlio, "MaleficoPaff ", che continua la tradizione di famiglia, meriterebbero una trattazione a parte per gli scherzi geniali, imbastiti e realizzati a danno di alcuni tipici personaggi del paese. Tutto un mondo che orbitava intorno ad una via larga, completamente autosufficiente e che induceva le persone e i bambini a incontrarsi e confrontarsi, a stare insieme senza ostentazioni, senza lussi, senza sprechi. Senza interposizioni tecnologiche.

In quella piazzetta ho imparato ad andare in bicicletta. Un pomeriggio in sella ad una biciclettina da bambini senza le ruotine, cercavo inutilmente di "spiccare il volo" senza successo. Mi vide Paolo, il figlio dell'ortolano Pecorini che essendo più grande di me mi disse: "vedi questo pallone che tengo in mano, ora andrò lontano in vetta al Pratino, tu guardalo fisso, e quando ti darò il via, pedala svelto verso di me. Ma non staccare mai lo sguardo dal pallone." E così fu.

Il traffico stradale era scarso, e se tralasciamo le biciclette, si riduceva a qualche Fiat seicento, rarissime Fiat millecento, ancor più rare Lancia Ardea. Leggermente più numerose le due ruote. Lambrette, Vespe, qualche Gilera 98, ancor più rari Guzzi Falcone. Quindi anche noi dovevamo sperimentare l'ebrezza della velocità. Il veicolo lo costruivamo da noi: "il carretto". La ricerca dei cuscinetti a sfera era il primo passo, poi con l'aiuto di falegnami e fabbri avevamo il nostro velocissimo mezzo. Quando non eravamo impegnati in gare di velocità con i carretti, dovevamo esplorare i territori ciscostanti con lunghe passeggiate per le campagne e lungo i fossi che da Nord scendono per aggettarsi nel fiume Sieve. Ma non potevamo certo girare disarmati. Saremmo stati preda di paperi da guardia, di cani o gatti non troppo amichevoli. Quindi dovevamo dotarci di cerbottana, ma soprattutto di fionda che chiamavamo impropriamente "strombola".

La costruzione della strombola richiedeva del tempo ed una certa abilità. Trovare un ramo ad Y, che andava tagliato, decorticato e levigato. Gli elastici a sezione quadrata, molti potenti, li compravamo in centro, nel negozio di Belisario. Il fondello di pelle dove alloggiare il sasso o la biglia, veniva recuperata dagli scarti dei calzolai. L'assemblaggio diventava una scherzo.
Arma perfetta per danni non da poco!

Ma il mondo era meraviglioso, grande e talvolta ostile. La forza che univa il trio era fortissima, ma occasionalmente sempre l'estate si dileguava per inoppugnabili esigenze familiari. Cosi, mentre Enrico andava al mare con la famiglia, io e Roberto dovevamo andare qualche settimana in montagna con le colonie comunali in varie località dell'Appennino: Montepiano, Piancaldoli, Vallombrosa.
In colonia ri-trovavamo molti "colleghi" coetanei e anche ragazzi più grandi, del nostro paese. Un lascito del periodo fascista che cercava di inquadrare la gioventù abituandola alla vita di comunità. Una sorta di militare ante-litteram.
Inquadrati in fila per due assistevamo all'alza bandiera, poi andavamo con la sorvegliante, per boschi, dove con grande soddisfazione, eravamo lasciati (non sempre) anche liberi di costruire " il forte". Con le pietre cingevamo di mura uno spazio circoscritto da 5 o 6 alberi, e il gioco era fatto. Poi con altre pietre scelte appositamente costruivamo accette, punte di lancie ecc . La raccolta delle pigne secche ci permetteva di accumulare armi da lancio per la difesa del forte.

Nonostante tutto questo, c'era chi cadeva preda della nostalgia di casa e dei genitori, ed allora progettava segretamente fughe ardimentose, quanto impossibili. Ma l'estate di allora era lunga e libera. E anche se vi parrà strano, andava dalla primavera inoltrata al primo di ottobre. In mezzo alla strada avreste potuto vedere passare un pastore in bicicletta con una cesta al manubrio, contenente piccole ricotte freschissime, avvolte solo in foglie di castagno. Oppure un furgoncino che al megafono urlava "brucia Faenza", riferendosi alla maturazione rossa dei cocomeri che cercava di vendere. O magari "è arrivato l'arrotino, donne l'arrotino". Rumori di mondo più semplice e difficile allo stesso tempo. Sicuramente più doloroso e faticoso per i sacrifici che aveva richiesto agli adulti e agli anziani . Immensamente più misterioso e affascinante per i bambini e i ragazzi di allora.

"Perchè la vita è un brivido che vola via...."

Piero Valecchi

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I commenti degli utenti
  • Valerio Vignoli ha scritto il 25 gennaio 2020 alle 13:24 :

    Sono tornato indietro nel tempo,ringrazio Piero Valecchi per questo tuffo nel passato! Rispondi a Valerio Vignoli

  • Nadia. ha scritto il 23 gennaio 2020 alle 08:09 :

    Anche se femmina, mi sono rivista bambina di quel epoca bambina. Grazie Piero Valecchi un bel racconto di vita. Rispondi a Nadia.

  • Aldo Giovannini ha scritto il 21 gennaio 2020 alle 07:37 :

    Caro Piero, grandi bei ricordi. Tutto vero, tutto certificato. Caro vecchio Borgo, come sei ridotto! Rispondi a Aldo Giovannini

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