Palazzuolo com’era. Il paese nei secoli descritto da Luciano Ridolfi

Redazione OK!Mugello

Palazzuolo com’era. Il paese nei secoli descritto da Luciano Ridolfi

Palazzuolo com’era. Il paese nei secoli descritto da Luciano Ridolfi
01/09/2019

Pochi giorni dopo il Natale Palazzuolese (il 26 agosto) OK!Mugello (grazie al nostro lettore Gianfranco Poli) rende omaggio alla storia del paese con una descrizione particolareggiata di Palazzuolo nei secoli scorsi, che era stata redatta e pubblicata dallo scomparso Luciano Ridolfi:

La rive gauche.

Quando il 26 agosto del 1373 viene deciso che, a partire da quella data, “gli uomini di Monte Bevara e di Valdagnello e di Palazzuolo e del popolo di Santo Stefano s’intendano d’ora in poi essere e costituire solo un comune e che si chiami Comune di Palazzuolo” bisogna dire che fu fatto una atto di grande fiducia nel futuro. Infatti cosa c’era in “platea fluminis” che potesse far pensare a uno sviluppo di un paese? Ben poco.

Esamino la riva sinistra del fiume. C’era innanzi tutto la Chiesa di Santo Stefano che era stata di proprietà di Maghinardo Pagani e che era stata utilizzata per una sosta delle truppe del condottiero che si recavano a guerreggiare a Piancaldoli. Era in una posizione molto più in alto di quella attuale. Periodicamente dalla Pozza di Poggio si staccava una frana che finiva per travolgere l’edificio che di conseguenza andava ricostruito un po’ più in basso. Ci si arrivava per una strada in salita che più o meno aveva l’andamento della scalinata attuale. All’inizio di questa strada c’era un edificio con oratorio, l’Oratorio appunto, in cui aveva sede la Compagnia del Sacramento (esiste ancora un Vicolo della Compagnia) che coincide con la casa in fondo alla scalinata a destra e nello spazio fra l’Oratorio e la Chiesa c’era il cimitero. C’era inoltre una gora d’acqua che proveniva dal fosso di Visano che alimentava il Molino antico o della Chiesa posto nell’area ora occupata dal campetto di pallacanestro. Anche questo più volte crollato e le cui rovine si vedevano ancora all’inizio del ‘900. E qui non c’era altro.

In cima alla strada che portava alla chiesa, a sinistra dove ora c’è un piccolo cancello, c’era una diramazione: la strada delle vigne, che arrivava fino alla Torretta ed era la strada che veniva percorsa per raggiungere Visano. In basso c’erano alcune case, non più di dieci, di proprietà della chiesa che costituivano il cosiddetto Vicinato. Erano poste sul lato a monte dell’attuale via di Mezzo lungo un sentiero che portava allo spiazzo dove sarebbe poi sorto l’ospedale di Santa Maria Maddalena (il Crocifisso). Di fronte a queste case, sotto le quali scorreva il canale del molino, c’erano dei campi fangosi che dal fosso di Visano e dalla Gora del molino arrivavano al Senio. C’era poco davvero. Ancora nel 1630 circa si potevano contare quindici case in tutto, così com’è possibile dedurre dalla pianta di Baccio del Bianco che è la più antica pianta di Palazzuolo.

Proseguendo lungo questo viottolo si incontrava il fosso di Visano che allora non piegava ad angolo retto verso il Senio, all’altezza dell’attuale ponte di Visano, ma proseguiva diritto verso piazza del Crocifisso e si ricongiungeva al Senio all’altezza di via di Mezzo attraverso una serie di rivoletti. Secondo il Bianconcini alcuni di questi rivoli secondari formavano un’isola sulla quale c’era una casa che potrebbe essere quella che fu distrutta negli anni successivi alla guerra che, se non sbaglio, era la casa Galeotti. C’era forse anche una casa nel luogo di casa Naldoni. Tutto qui e non è molto davvero.

Tra le attività principali c’era la viticoltura: le Vigne infatti avevano un’estensione di 130×400 metri ed erano date in affitto secondo regole precise dalla chiesa a chi era in grado di pagare in soldi o staia di grano (da 2 a 12 secondo il catasto del 1428 in base all’ampiezza dei lotti). Un’altra fonte di reddito era rappresentata dagli utili provenienti dal molino della chiesa, del quale si potevano acquistare delle quote. Era l’istituto del “Molino degli Huomini” che riguardava anche altri molini della valle. Per il resto è presumibile ci si dedicasse all’allevamento, soprattutto di ovini, e a un po’ di agricoltura come prestatori d’opera vincolati a contratti che richiamavano quelli della servitù della gleba. Per dire, viene considerata estremamente generosa la decisione di Maghinardo Pagani di concedere, attraverso il suo testamento, la libertà per Romanuccio di Campanara e altri che evidentemente erano uomini tutt’altro che liberi anche se il passaggio sotto la repubblica fiorentina avrà senz’altro allentato le regole feudali. Per la riva sinistra è tutto qui e siamo arrivati al fiume

Di là del fiume…

Di là del fiume, facile a dirsi ma per quanto possa sembrare strano l’attraversamento del Senio dalla riva sinistra alla destra, presentava un sacco di problemi ed era sempre difficoltoso. Solo nel 1580 fu costruito il primo ponte in sostituzione delle passerelle precarie che le varie piene portavano via, ma anche questo crollò quasi subito. Nel corso degli anni ne furono costruiti diversi sempre con poca fortuna. Il regime torrentizio del fiume, ancora non regolamentato, era una costante minaccia per chi viveva nei pressi delle acque.

Per dire, dal 1560 al 1750 si contano più di 60 interventi per riparare i danni provocati dalle varie piene. Per non parlare poi delle piene disastrose. Solo nel corso del 1800 il paese viene completamente allagato quattro volte, nel 1821, nel 1842, nel 1880, nel 1885 e tutte le volte si deve ripartire da capo. La situazione dipendeva in gran parte dalla morfologia della zona. Nel 1630 circa il letto del fiume è largo un centinaio di metri invasi in gran parte da sassi e fango. Come ho già scritto da Palazzo Filipponi, l’attuale palazzo comunale, l’alveo si estende fino a Palazzo Naldoni. Il fiume di Visano corre ancora parallelo al Senio ed ha un letto molto largo, lo stesso si può dire del fosso di Salecchio che ha un letto ampio che comprende tutta la zona che più tardi diventerà il Chiuso degli Strigelli.

Si era costruito qualche muro di contenimento ma con scarsi risultati. Di fatto in occasione di grandi piene l’acqua arrivava fino al Palazzo dei Capitani, anche perchè nel punto in cui le acque del fosso di Salecchio confluivano nel Senio si creava una forte resistenza al deflusso. Immaginiamo come doveva essere alla fine del 1300. Per questo fu costruita la Chiesa di Sant’Antonio, perchè chi risiedeva sulla riva destra molto spesso trovava difficoltà a raggiungere Santo Stefano e il cimitero – doveva pur “sacramentare” come dice il Giovannozzi nella sua relazione di fine ‘600, dove il verbo sta a indicare: accostarsi ai sacramenti, anche se una lettura maliziosa potrebbe far pensare a un motivato turpiloquio; per questo poi il mercato fu trasferito sulla riva sinistra che risultava più sicura. In caso di piena occorrevano anche tre giorni prima di potersi avventurare nella traversata a piedi. In realtà nel corso degli anni il letto del fiume si era alzato di svariati metri rispetto alla posizione originale. Era quattro metri più in alto del livello attuale e quindi era logico che esondasse, tant’è che le spese maggiori sostenute dalla comunità nel corso dei secoli erano quelle per la rimozione di fango e detriti e per scavare dei canali nella masse di fango per far defluire l’acqua. Per esemplificare, oggi i punti più bassi del paese, piazza Garibaldi e piazza del Ccrocifisso, si trovano a 427 m. s.l.m , il letto del fiume si trovava ai tempi del Del Bianco a 428 m. s.l.m.
Rispetto alla situazione di allora oggi sono state recuperate due strisce di terreno lungo le rive della larghezza di 40 metri, 60 addirittura in corrispondenza di Piazza Ragazzini. Il terreno cioè dove sorge il viale degli Ubaldini con le abitazioni, e la parte a fiume della piazza principale, dal bar Centrale all’Hotel Europa. Lo si è ottenuto con opere di ingegneria e prestando maggior attenzione alla montagna con conseguente riduzione dei disboscamenti e contenimento degli allevamenti di ovini. Nel periodo della prima relazione tecnica sulle acque erano state censite addirittura 7000 capre. In tempi precedenti probabilmente erano anche di più visto che l’alto Mugello risulta essere fornitore per almeno un terzo del fabbisogno di carne, specie ovina, per Firenze. Comunque il ponte continua ad essere abbattuto fino a che lo si articola su piloni che gravano sul letto del fiume stesso.

Soffermati sull’arida sponda…

Abbiamo attraversato il fiume e troviamo davanti a noi un piccolo palazzo degli Ubaldini, una strada che sale verso destra e porta a un palazzotto, pure questo degli Ubaldini, che un tempo era appartenuto ad uno dei Pagani (secondo una mia ipotesi a Giovannino Pagani fratello bastardo di Maghinardo, essendosi dedicato l’altro fratello bastardo Ugolino alla carriera ecclesiastica, e perciò detto l’abate, che lo terrà lontano da Palazzuolo, prima come abate di Crespino e poi di Valsenio).
A sinistra una strada in discesa porta verso l’area del mercato, l’attuale piazza Garibaldi, che in quest’epoca è il nucleo centrale del paese. Quasi tutte le case all’epoca erano degli Ubaldini, vi alloggiavano i loro servi della gleba e non.

Il piccolo palazzotto degli Ubaldini diventerà il Palazzo dei Capitani con interventi che si protrarranno fino al 1600. Inizialmente c’è solo la parte dove sono attualmente collocati gli stemmi e una rampa di scale di accesso. La Repubblica Fiorentina ritiene che sia sufficiente per ospitare il Vicario dopo che questo verrà trasferito da Susinana a Palazzuolo. Sono gli anni immediatamente successivi al 1384 e Palazzuolo è già comune da 10 anni. Il primo Vicario che vi si insedia è Domenico di Guido del Pecora (lo troviamo citato in un atto notarile del 1382 presso un notaio in via Larga insieme a un Filippone forse della famiglia che sarà chiamata Filipponi) e da subito emerge la necessità di altro spazio per gli archivi e per gli uffici dell’equipe vicariale che conta circa 20 persone che devono essere stipendiate dalla comunità. Per questo si costruisce il loggiato e sopra si realizza un ampliamento per l’altezza di due piani corrispondente alla facciata attuale. Ho misurato lo spessore degli stipiti delle porte della stanza del museo che guarda verso la piazza e la misura di 80 cm. fa pensare che si sia praticata una porta in un muro portante. Del resto basta osservare il palazzo dal portone del Comune e si nota benissimo l’aggiunta e la superfetazione. Viene realizzata anche una torre che però crollerà in uno dei soliti terremoti, tant’è che a inizio ‘600 si decide di ricostruirla, mantenedosi più bassi rispetto alla precedente, e il 19 dicembre 1649 vengono stanziati dai rappresentanti del Capitano 20 scudi per un orologio da porsi ”sulla torre da lor fatta”.

Interessanti da notare anche i ripensamenti architettonici che si possono notare sulla facciata lato fontana. Evidentemente la struttura ha subito molte modificazioni. Di fronte a questo palazzotto ce n’era un altro appartenente alla famiglia Melli che era scesa a valle dalla sua residenza del Calo dei Melli, che poi sarebbero i Calamelli. Non so com’era questo palazzotto ma ne rimangono alcune rappresentazioni molto più tarde che mostrano un loggiato a pianterreno e al primo piano. Nel palazzo attualmente sede del Comune, dopo essere stato proprietà anche dei Filipponi, all’ultimo piano nel sottotetto durante un sopralluogo un po’ fortunoso in occasione del terremoto di qualche anno fa, fu possibile vedere tracce di affreschi molto deteriorate che rappresentavano piante e fiori che fanno pensare a una loggia aperta e affrescata anche al secondo piano. La documentazione fotografica in mio possesso è stata realizzata da Alfredo Menghetti.

Si prosegue poi verso destra lungo l’attuale Borgo dell’Oro. Lungo il percorso troviamo 4 case nel catasto del 1428, una decina in quello del 1822. Non c’è ancora Piazza del Grano che è molto più tarda e il completamento del Borgo dell’Oro è successivo alla realizzazione del Borgo del Crocifisso che viene realizzato fra il 1390 e il 1428. Probabilmente questo ritardo nello sviluppo urbanistico della zona è dovuto a difficoltà idrauliche. Infatti lasciando da parte l’etimo “Borgo” sul quale tornerò poi, l’Oro al quale si fa riferimento altro non è che la corruzione di “Au-rius” , termine gallo-celtico, che vuol dire vicino all’acqua, corruzione di un termine romano “Ad rium”. Da aurius ad aurum e poi a oro il passaggio non è insensato e del resto la zona è ricca di acqua tant’è che le piante riportano vari pozzi. Da questa parte non c’è più nulla. Tornando indietro passando davanti a quello che sarà il palazzo dei capitani,si può scendere verso la piazza del mercato. ..

Tornati indietro dal Borgo dell’Oro e arrivati davanti al Palazzo dei Capitani, se lo si fosse costeggiato avremmo seguito la strada che oggi sale verso piazza Strigelli con lo stesso profilo di allora. Superata la tabaccheria avremmo potuto curvare a destra seguendo il profilo delle case, e giunti in fondo curvare a sinistra e proseguire verso la scala che caratterizza attualmente il lato sud della piazza. Avremmo percorso una strada abbastanza stretta corrispondente a quella che costeggiava il muro di contenimento del prato prima che venissero eseguiti i lavori di sistemazione della piazza. Lì infatti c’erano alcune case che delimitavano a destra la strada.. Questa sfociava in una piazzetta a sua volta chiusa da un’altra casa quasi all’altezza della parte centrale dell’attuale palazzo Strigelli. Questo almeno l’assetto che la zona ha acquisito nei decenni successivi alla costituzione del comune. L’area del palazzo era occupata dalla fattoria degli Eschini e sui campi retrostanti insisteva una probabile torre a base quadrata con il lato di 6 metri, poi scomparsa.

Nella zona antistante c’erano perlomeno tre case che con vari rimaneggiamenti sono rimaste in piedi fino al disastroso terremoto del 1661 dopo il quale non furono più ricostruite e le tracce dei muri sono state esaminate in occasione dei già citati lavori. La proprietà per due di loro, all’epoca del terremoto, era Paccalli (famiglia numerosissima di Misileo che si era trasferita a Palazzuolo dopo il passaggio di Castel Pagano a Imola), l’altra era Eschini (diminutivo di Franceschini originaria del Mugello, forse di Grezzano). Della loro forma sappiamo ben poco ma è probabile che presentassero qualche artificio per un’aventuale difesa considerando che sulla zona sfociavano due strade, quella proveniente dai Calamelli e quella proveniente da Salecchio e che nella zona immediatamente sottostante si svolgeva il mercato ed avevano lì la loro sede sotto i portici varie attività che rappresentavano la risorsa principale per il paese. Personalmente penso a una forma simile a quella delle case-torri, molto semplici da costruire, abbastanza sicure e facilmente difendibili in caso di necessità. Questo non vuol dire che esistesse un castello nella zona. Prima di tutto non se ne sono trovate tracce e poi sarebbe stato perlomeno anomalo costruire un’opera di difesa nel punto più facilmente aggredibile del paese. Le zone limitrofe alla piazza, a sud, sono quasi tutte più elevate e avrebbero dato agli eventuali nemici un vantaggio notevole. Inoltre con il subentro della Repubblica Fiorentina agli Ubaldini venivano meno le occasioni di scontri e il paese si avviava verso un periodo di pace. Restava il problema dei furti e dell’eventuale brigantaggio, ma quello poteva essere affrontato senza strutture specifiche . Queste tre case fronteggiavano, oltre alla fattoria Eschini, anche le case che separano piazza Strigelli da piazza Garibaldi e stando alle carte relative ad una delle tante liti che emergono dagli archivi qui ci doveva essere un passaggio parzialmente coperto verso il Palazzo del Capitano.

Qualcosa di simile all’androne della Dogana o, per capirci, all’accesso a piazza del Grano da via Duca d’Aosta. In fondo a questo passaggio c’era un pozzo con acqua molto abbondante in corrispondenza della zona della fontana. Fu rimesso in uso durante l’ultimo conflitto (me ne ha mostrato la posizione esatta Cavini senior). Ora la bocca del pozzo è murata a destra della fontana stessa ma contiene ancora moltissima acqua, quella che proviene dalla piazza e dal Poggiolino.

Proseguendo da qui e curvando a destra si arrivava al mercato. La piazza aveva, come ora del resto, la forma di un trapezio e le case che vi prospettavano erano tutte porticate. C’era un edificio che chiudeva la piazza all’altezza del vicolo Eschini, anch’esso porticato e che presentava un passaggio coperto per raggiungere il molino della piazza. Altri edifici verso il fiume di Salecchio, oltre al molino , non ce n’erano e l’alveo del fiume occupava tutta l’area del parco Strigelli. Quindi questa casa porticata segnava la fine del paese. Il numero di case nella piazza era praticamente lo stesso di oggi, ma ci fu un grande sviluppo con la realizzazione del ponte sul fiume di Salecchio, che prima era collocato al Casone, nella posizione attuale, o meglio un po’ più a monte dove ora c’è la falegnameria, opera che ha consentito di recuperare molto terreno e che ha portato poi alla realizzazione delle case della Fontana.

Indubbiamente la piazza era il cuore pulsante del paese anche se qui si creavano i maggiori problemi dovuti ai capricci del fiume. Infatti la casa che ancora adesso chiude la piazza, dove c’è la Bottega per capirci, svolgeva un ruolo deleterio per la sicurezza della zona. In caso di piena l’acqua del fiume esondava, batteva contro la casa che essendo in leggera pendenza indirizzava il flusso verso la piazza stessa rendendolo più violento con la strozzatura che rappresentava insieme alla casa di fronte che di fatto crollò (e lo spazio che occupava è diventato poi la piazzetta ) o alla casa Chini.

L’ultima piena disastrosa quella del 1851 fece arrivare l’acqua ad un’altezza di 180 cm. E del resto quasi ogni anno la piazza andava liberata dal fango che vi si ammassava. Un’ ultima cosa. Nel primo pilone dei portici che si incontra prima di imboccare il vicolo Eschini (il cui stemma campeggia ancora sulla casa Marchi) si può leggere incisa la data 1276. Sarebbe secondo alcuni la data di fondazione del mercato. Ora se indubbiamente questo fu trasferito a valle alla fine del 200 è improbabile che l’avvenimento sia stato ricordato con la semplice incisione di una data. Parrebbe più qualcosa di estemporaneo. Spero si capisca per ora e’tutto

Allego una pianta dedotta da appunti trovati dentro una copia dell’Eco del Senio e credo fra l’altro che il Maestro Roberto Campomori l’abbia a suo tempo pubblicata così come ha fatto con una gran mole di documenti

Redazione OK!Mugello


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