A fame, peste et bello libera nos Domine… Palazzuolo ai tempi del Colera del 1855

Redazione OK!Mugello

A fame, peste et bello libera nos Domine… Palazzuolo ai tempi del Colera del 1855

A fame, peste et bello libera nos Domine… Palazzuolo ai tempi del Colera del 1855
12/08/2019

Scartabellando fra le ricerche di Luciano Ridolfi ripropongo questa analisi dell’epidemia di colera del 1855 a Palazzuolo. Estratto dalle memorie del sacerdote liberale don Pietro Del Bene Giannotti. Spero che, prima o poi, questi scritti ottengano una loro dignità in una pubblicazione che le raccolga tutti
Gianfranco Poli

A fame, peste et bello libera nos Domine…
Era dal 1842 che le stagioni si susseguivano inesorabilmente pessime e sembrava che il bel tempo avesse perso la strada della valle. Il 1853 fu straordinariamente piovoso e freddo, di conseguenza i raccolti di grano e formentone furono scarsissimi. Quello dei marroni fu addirittura nullo per le brinate durante la fioritura. I prezzi erano aumentati vertiginosamente e la povertà si era talmente diffusa che a gruppi le persone vagavano di casa in casa chiedendo qualcosa da mangiare, per di più a loro si erano uniti molti che venivano da Casola, Riolo, Brisighella, comuni anch’essi attanagliati dalla miseria, convinti che il Granducato fosse più sensibile dello Stato Pontificio di fronte a questa emergenza e avesse predisposto qualche misura di sostegno.

Non era così, purtroppo, e i granai e i magazzini si vuotarono ben presto di tutto quello che contenevano. Non c’era più nulla da mangiare. Mio nonno ogni tanto mi raccontava cosa gli era stato raccontato da suo nonno relativamente a quel periodo. Ho impiegato diverso tempo a capire che non mi stava raccontando la storia delle piaghe d’Egitto, ma di qualcosa di terribile che aveva colpito anche la sua famiglia. Era veramente una situazione drammatica.
Solo Amerigo Strigelli cercò di ribaltarla aprendo dei cantieri per dare una paga ai braccianti. Dette lavoro a tantissime persone e i braccianti poterono avere una piccola paga giornaliera. I lavori che lo Strigelli aveva programmato riguardavano la risistemazione di tutta la collina di Calcinaia rimuovendo tutta la terra e i sassi che svariate frane vi avevano accumulati nel corso del tempo. Con i sassi tolti dal terreno venivano poi costruiti dei terrazzamenti che venivano riempiti di terreno. Lo si vede bene dalla Maestà andando verso Casola. Bene, quei lavori non solo rimodellarono il paesaggio, ma permisero al paese di non venir decimato dalla fame anche se la popolazione versava in condizioni disperate e la mortalità, per la fame, era notevolmente aumentata. La cifra che il ricco proprietario spese fu ingentissima, 550 scudi, e fu l’unica che fu spesa per fronteggiare quell’emergenza dato che il Comune non fece nulla.

Era chiaro che sarebbero occorse parecchie buone annate per riprendersi, ma l’anno successivo, il 1855, fu ancora peggiore. Si aggravarono tutti problemi che si erano evidenziati gli anni precedenti. A luglio, i corpi debilitati della popolazione furono aggrediti dal colera. Inizialmente si pensò a un’influenza analoga a quelle degli anni precedenti e anche se il colera si era già diffuso a Casola, Firenzuola, Marradi, Borgo san Lorenzo, nessuno interpretò quei malesseri come sintomo della malattia.

Capitò così che nel primo pomeriggio del 2 agosto Rodolfo Ridolfi che abitava ai Vignali, si sentì male e lo stesso avvenne per i suoi familiari la sera. A notte erano già morti tutti. L’epidemia si propagò a Misileo, poi a Badia, salì alla Rocca, scese a Salecchio poi a Palazzuolo mietendo cadaveri. Anche dalla valle del Santerno arrivò un altro attacco del morbo che passando da Cà del Topo scese a Bibbiana e arrivò poi in paese colpendo duramente Belgrado dove tutte le famiglie si ammalarono e da qui passò a Borgo dell’Oro, dove in poche ore, dicono le cronache, le vittime si contarono a decine.

I giorni più tremendi furono il 7 e l’8 settembre quando i morti furono svariate decine. L’ultima vittima si registrò il 3 di ottobre non prima però che l’epidemia si estendesse a Mantigno e da lì a Campanara, a Casetta di Tiara dove il numero di morti fu spaventoso. Si salvarono le frazioni di Lozzole e Fantino. In tutto i morti furono 234 in poco più di un mese e rapportandoli al numero di abitanti della valle davvero si può dire che si rischiò davvero l’estinzione. Al di là della sottovalutazione iniziale del pericolo contribuì a questa tragedia anche la mancanza di un Gonfaloniere, mentre il sostituto Poli non fece nulla non allontanadosi mai dal suo lavoro di fabbro. Dei due medici del Comune, uno era ammalato di tubercolosi e l’altro si ammalò per l’eccessivo lavoro. A questo punto il Poli fu costretto a muoversi e chiese con urgenza un medico al Prefetto, ma la situazione era già grave.

Fu nominato Gonfaloniere Domenico Galeotti, che fece venire da Firenze 12 infermieri e 4 infermiere – i cosiddetti Pappini. Procurò inoltre quello che era necessario per la cura dei malati. Fece inoltre venire altri 3 medici. Fu deciso di realizzare un Lazzaretto, prima in Sant’Antonio ma data la forte opposizione di quelli “di là del ponte” lo si localizzò alla Fontana. Ma per il tanto tempo perso nelle discussioni fu aperto quando ormai serviva a poco ed erano morte altre persone, e per questo motivo non è citato nell’elenco ufficiale dei lazzaretti aperti in questa circostanza.

Chi si distinse nell’assistenza fu Don Zavagli che, capita da subito la gravità della situazione, si mise a studiare forsennatamente per trovare eventuali rimedi e ordinò che lo avvertissero appena qualcuno si sentiva male. Istruiva i parenti sulle cure da prestare agli ammalati. Lui stesso visitava i pazienti e se questi non avevano nessuno che potesse assisterli pagava di tasca propria chi poteva prestare assistenza. A chi era sprovvisto di risorse distribuiva viveri tutti i giorni. Misileo divenne così il passaggio obbligato per che si trovava in difficoltà. Girava giorno e notte e si disse che al suo cavallo non era stata tolta la sella per trenta giorni. Aveva parecchio da fare perché, escluse le famiglie del Castagno e i Doganieri, tutti i membri del suo popolo furono colpiti. Comunque, se le famiglie si rianimarono e cominciarono ad assistere i propri cari ammalati, lo si deve all’esempio di coraggio che il sacerdote mostrò.

Prima che lui cominciasse questa attività di sostegno per tutti era frequentissimo il caso di ammalati abbandonati dai parenti e lasciati morire da soli. In misura, certo minore, si prodigarono anche i parroci di Badia e della Rocca, ma gli altri evitarono il più possibile di impegnarsi. Alcuni si rifiutarono di portare i sacramenti ai moribondi, qualcuno si limitava a benedirli dalla porta o dalla finestra senza entrare nella stanza. O a consigliare il trasferimento al Lazzaretto. Giravano annusando aceto ed altro da bottigliette che tenevano sempre sotto il naso.

Erano gli stessi che avevano dichiarato guerra a don Zavagli in passato e che l’avevano denunciato all’Arcivescovo per le sue idee politiche. Non uscirono bene da questa vicenda che li aveva visti tremanti di paura. Esemplare al contrario il comportamento di Amerigo Strigelli che fece venire a sue spese un altro infermiere e che forniva risorse a chi ne era sprovvisto. A questo si contrappose nel giudizio popolare la decisione delle monache di Marradi, che pure erano ricchissime, di non intervenire per sostenere chi aveva bisogno, affermando che loro aiutavano solo chi si presentava alla loro porta, non potevano aiutare chi stava lontano. L’indignazione fra la popolazione fu grande e non bastò l’opera assistenziale di padre Illuminato di Casola Valsenio, che alle prime notizie sulla gravità della situazione si era precipitato in paese per prestare assistenza, a ricucire i rapporti con una parte del Clero e con le Domenicane di Marradi. Ci sarebbero tante storie che meriterebbero di essere raccontate, ma per chiudere mi limito a riportare i dati dei morti di colera per le singole frazioni:

Misileo 16
Salecchio 15
Bibbiana 34
Badia 30
Paese 58
Mantigno 12
Rocca 12
Visano 7
Casetta 32
Campanara 10
Piedimonte 3
Lozzole 5

Poi, dopo tanta angoscia, che neanche l’esposizione della Madonna del Rosario l’8 settembre era riuscita ad attenuare, si annunciò un inverno di quelli freddi davvero, e allora si capi che forse il peggio era passato. Ci fu chi pensò di organizzare cerimonie religiose di ringraziamento, chi pensò di contare i sopravvissuti, chi considerava le opportunità che tante morti potevano arrecare a chi era rimasto e chi, lieto di averla scampata, cominciò a pensare che presto sarebbe stato Natale e meglio ancora Carnevale e, quindi, perché non pensare dopo tanto patire a un pò di divertimento?

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