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Caro Presidente: "Sarebbe stato mio professore. Ma la scuola così non va".

Lettera a Conte da parte di uno studente di Giurisprudenza dell'Università di Firenze

Attualità
visibility744 - venerdì 30 ottobre 2020
di Redazione
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Giuseppe Conte
Giuseppe Conte © n.c

Una lettera aperta scritta con il cuore di un giovane studente di Giurisprudenza dell'Università di Firenze: Al Presidente del Consiglio Prof. Giuseppe Conte. Caro Presidente,
Mi piacerebbe potermi rivolgere a Lei come “caro Professore”, sono Enea De Vita, iscritto al secondo anno di Giurisprudenza a Firenze. Lei sarebbe stato mio docente di "Diritto privato" se la carica e gli impegni istituzionali non l’avessero portata a Roma. Le scrivo con umiltà e con stima ma tengo a esternarle la mia posizione, che sono certo sia quella di molti altri studenti.

Spero potrà leggere queste mie impressioni e magari darmi cenno di una risposta in cui confido. Il DPCM appena uscito dispone che il 75% delle lezioni per gli studenti delle scuole superiori dovrà svolgersi a distanza. Fin da marzo, quando è scoppiata la pandemia, tutti i politici hanno sottolineato quanto fosse importante la riapertura delle scuole per l’anno scolastico 2020/2021.

Il tempo per organizzare il ripristino dell’attività scolastica in presenza è lecito credere ci fosse: chi di dovere ha avuto sei mesi per redigere un protocollo che rendesse chiare a tutti le modalità con cui tale ripresa sarebbe dovuta avvenire. In questo tempo sarebbe stato opportuno considerare non solo l’orario delle lezioni, ma anche tutto il contorno dell’attività scolastica, a partire dagli ingressi e dalle uscite, perché gli studenti a scuola ci devono arrivare e quasi tutti lo fanno tramite mezzi pubblici, vista anche la giovane età che quasi a nessuno permette il possesso della patente.

Questo tuttavia non è stato fatto. Alle scuole è arrivato un protocollo sommario, a conferma che ad esse non sia stata dedicata la dovuta attenzione. Gli assembramenti che si sono creati, le cui immagini come lei sa hanno fatto il giro del web, hanno portato al ritorno alla D.A.D.

Questo è un fallimento che va a discapito degli studenti. La situazione attuale è lo specchio di una politica che rispetto ai giovani esprime lusinghe e "belle parole" senza mai realmente considerarli, senza puntare su di loro, senza porre le basi per un’istruzione che li renda un domani uomini consapevoli di dove vivono e di ciò che li circonda.

Il ripristino quasi totale (75%) della didattica a distanza significa che si ritornerà ai computer e ai tablet, ai ragazzi che collegati alla lezione terranno le videocamere spente, facendo altro, con la voce dei professori che si disperderà negli amplificatori dei dispositivi elettronici. Così si perderà anche la funzione strettamente didattica della scuola, con gli studenti che studieranno meno grazie alla consapevolezza che la situazione renderà più difficili eventuali sospensioni del giudizio o bocciature, perché le valutazioni sulle quali si basavano tali provvedimenti non sono più attendibili come prima.

I compiti in classe fatti a distanza sono tutti "falsati", anche gli studenti più corretti un minimo “barano” e lo sanno gli stessi docenti. Le altre funzioni della scuola invece non erano state neppure ripristinate.

Sì, perché la scuola non è solamente didattica, con un soggetto che spiega una materia e altri che apprendono, ma è molto di più. La scuola insegna a vivere, infatti le lezioni che meglio si ricordano dell’esperienza liceale sono insegnamenti di vita, più importanti degli argomenti delle singole interrogazioni. La scuola è imparare a stare vicino al compagno di banco "antipatico", perché nella vita si incontrano tante persone e solo alcune di queste sono sulla stessa nostra "lunghezza d’onda".

La scuola è il rapporto tra l’alunno e il professore in tutte le sue sfumature, dal ragazzo che non sente riconosciuto il proprio valore a quello che invece vede nell’insegnante un modello. La scuola consiste nei sorrisi dei bei voti ai compiti difficili, nei caffè con gli amici a ricreazione e nei baci dati in corridoio tra i primi amori.

La scuola serve perché spesso ciò che si trova una volta usciti dalle mura amiche del liceo o degli istituti tecnici può essere ricondotto a dinamiche scolastiche sulle quali “ci si è fatti le ossa”.

Oggi i giovani forse sono contenti perché “passare sarà più facile” e non si rendono conto di ciò che stanno perdendo, ma gli adulti dovrebbero capirlo. E chi ha sbagliato si dovrebbe assumere le proprie responsabilità.

La ringrazio anticipatamente della Sua attenzione.
Enea De Vita

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I commenti degli utenti
  • Mugelli Giampiero ha scritto il 31 ottobre 2020 alle 17:03 :

    come dice Adriana. Bravo Enea perché è stato chiaro con grande educazione ha detto una verità senza ombre. Caro Enea se il signor Conte era insegnante come è presidente del consiglio sei stato fortunato che adesso è a Roma. Altrimenti invece di ambire di essere uno studente modello eri sicuramente nella mediocrità Rispondi a Mugelli Giampiero

  • Adriana Castellucci ha scritto il 31 ottobre 2020 alle 06:51 :

    Questa è la "la meglio gioventù"!! I nostri ragazzi di cui andare fieri! Bravo Enea! Rispondi a Adriana Castellucci

    CINZIA ANDORINI ha scritto il 04 novembre 2020 alle 15:45 :

    Enea ha detto tutto quello che gli altri studenti pensano e spero che possono gridare anche loro la grande rabbia. Ecco quali sono gli studenti che mirano ad un futuro migliore , ad una scuola migliore e studiare da casa lo vedono come un "fallimento". Enea, ho letto il tuo libro, stupendo. Grazie. Rispondi a CINZIA ANDORINI