Luoghi mugellani, la vera storia della Curva di Cencione (e di un delitto), sul Passo della Colla

Pier Tommaso Messeri

Luoghi mugellani, la vera storia della Curva di Cencione (e di un delitto), sul Passo della Colla

Luoghi mugellani, la vera storia della Curva di Cencione (e di un delitto), sul Passo della Colla
07/10/2012

Dal nostro collaboratore, Pier Tommaso Messeri, riceviamo e pubblichiamo questa ricostruzione di un delitto avvenuto molti anni fa…

Chi, percorrendo la strada dell’Alpe di Casaglia – subito dopo il Passo della Colla, in direzione Marradi – non si è accorto di un cartello corroso dal tempo, con su scritta una strana dicitura: “ Curva di Cencione ”? E soprattutto chi non si è domandato, anche solo inconsciamente, il motivo d’essere di quel nome?

I vecchi raccontano che un tempo quel luogo aveva un appellativo venatorio: si chiamava infatti “Poggetto della Lepre”. Ma allora cosa c’entra questa nuova denominazione?

Andiamo con ordine. Presso il Poggio, a Ronta, nel podere di Cicalino, viveva da tempo immemorabile la famiglia colonica Lapi.

Verso la metà dell’ottocento, Gaspare Vincenzo Lapi decise, dopo essersi comprato un carretto ed un cavalluccio, di mettere su un’attività in proprio e d’iniziare la professione di barrocciaio così da trasportare le merci dalla piana mugellana a quella romagnola.

Gaspare Lapi, a causa del suo aspetto florido ma un poco trasandato, venne soprannominato fin da piccolo “Cencione” e con questo nome era conosciuto da Borgo S. Lorenzo fino a Faenza. Considerato onesto e serio, ben presto si fece un nome e più di una persona si rivolsero a lui per piccoli commerci.

Vetturale attento e scrupoloso, consegnava in poco tempo – percorrendo le mulattiere di montagna – ciò che gli veniva affidato in diversi paesi, ritornandosene a Ronta con considerevoli guadagni.

Così passarono gli anni per Cencione ed il suo carretto. Finché un brutto giorno di metà primavera del 1874, proprio dopo l’odierno ristorante della Colla, in direzione di Casaglia, dei viandanti lo ritrovarono disteso al ciglio di una curva.

Era stato ucciso da due schioppettate alla schiena. Qualcuno, saputo che trasportava dei soldi, lo aveva ammazzato cercando di derubarlo. Furto non riuscito in quanto, successivamente, il denaro venne ritrovato intatto in un doppio fondo delle tasche del povero assassinato.

Anche senza i telefoni la notizia arrivò in un batter d’occhio a Ronta ed a Borgo, dove subito vennero informati i Carabinieri. La fantasia popolare fece il resto: si parlò di briganti, si accusò il malcapitato di essere un contrabbandiere, gli si attribuirono tradimenti ed amori.

Le forze dell’ordine si diressero con calma nel luogo del misfatto ed i rilievi del caso si limitarono a segnalare la presenza, accanto al corpo esanime del barrocciaio, di un cane scodinzolante di proprietà della famiglia colonica Pieri, che abitava in una casa nei pressi del Passo.

E fu proprio su quest’ultimi che caddero le accuse di omicidio del Lapi. Due fratelli Pieri, ignari ed attoniti, vennero immediatamente prelevati con la forza dalla loro abitazione e condotti in carcere in vista di un infamante ed ingiusto processo di condanna.

In questo modo venne archiviato dalle autorità, con troppa fretta e superficialità, un brutto caso di cronaca nera in Mugello; e come ben si sa, finito il “clamore”, tutto tornò alla normalità e presto la vicenda cadde nel dimenticatoio.

Rosa Bartoloni, vedova dello sventurato Cencione, assieme ai cognati volle far porre nel punto dove perse la vita il marito una croce di ferro ed una lapide mortuaria – ancora presente – sulla facciata della chiesa di S. Maria a Pulicciano a perenne ricordo del consorte.

Così, il luogo di quello strano omicidio iniziò, con tempo, ad essere identificato da paesani e viandanti come la “Curva del povero Cencione” per poi diventare con gli anni solamente “Curva di Cencione”.

I fratelli Pieri, intanto, condannati a trent’anni di carcere, passarono i loro giorni alle Murate di Firenze nella vana speranza che il vero assassino di Cencione venisse scoperto.

Solamente molti e molti anni dopo, durante una festa paesana a Marradi, un tale da tutti considerato una testa calda, dopo tre o quattro bicchieri di troppo – essendo venuto alle mani con un borghigiano – si lasciò scappare una frase che suonava pressappoco così: <<Ascolta, il fucile che usai contro Cencione ce l’ho ancora sotto il letto>>

Confessione fatta troppo tardi per salvare dalla mala giustizia due poveri “montanari” innocenti.

Pier Tommaso Messeri


Collaboratore . Nato a Firenze da famiglia con quarti mugellani, di Ronta. Diplomato al liceo classico, laureato in giurisprudenza all'università di Firenze e successivamente una laurea quinquennale in storia moderna, sempre nell'ateneo fiorentino, discutendo una tesi su Filippo Pananti. Pubblicato articoli su varie riviste e giornali riguardo ad argomenti storici.

2 commenti

  1. Emilio ha detto:

    Molto tempo fà, nel 1968, insieme a mio padre Giovanni, trascorsi una breve vacanza nel Mugello. Mio padre, poiché da militare aveva contratto una grave affezione polmonare, periodicamente trascorreva periodi in luoghi di montagna, non lo chiesi mai a mio padre, così per caso non so come o perché in quel posto, mi ritrovai con lui, io bambino di otto anni, in quel di Ronta o perlomeno in quel che oggi è un rudere, all’Hotel dell’Alpe. Ricordo breve e indimenticabile di ospiti di quell’alberghetto, altri bambini come me che venivano da altri posti d’Italia, ricordo un giorno che molti degli ospiti volevano andare ad un paese oltre il passo, per vedere il “Palio degli asini”, non sò in quale posto, ma per andare in quei posti ci si organizzò con le auto. Ricordo appunto un cartello in una curvona, “Curva di Cencione”, ora il ricordo dentro quel Maggiolino celeste che affrontava quella strada. Oggi scopro il perchè di quel nome, a distanza di 47 anni il ricordo mi rende felice, per così poco ? Certo. Un sardo.

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