Pubblicità

Nell’epoca del Mercato Globale, il “mercato” con la “m” minuscola riacquista un suo ruolo, ci aiuta a ristabilire un collegamento con l’ambiente e la campagna che ci circonda, facendoci scoprire le buone produzioni biologiche, tipiche e locali. Un canale distributivo “antico” ma sempre attuale, capace di essere alternativo ad un processo di globalizzazione che tende a massificare e banalizzare il cibo come i comportamenti di noi tutti.

I mercati alimentari sono luoghi d’aggregazione e di consumo particolari, dove da sempre si sono riversate le produzioni delle campagne e delle montagne vicine e che oggi, con più facilità, propongono anche merci che arrivano da terre più lontane.

I mercati sono inediti spazi di libero movimento per le merci, dove ci s’incontra tra il clamore delle contrattazioni, dove nascono e si confrontano le idee come le nuove ricette, si assiste allo spettacolo spontaneo degli ambulanti che propongono i loro prodotti a piena voce o magari a quello di qualche artista di strada.

Mentre nascono nuove forme di turismo urbano che spingono gruppi di viaggiatori verso i mercati storici di Torino e Palermo, per rimanere in Italia, o, invece, Parigi, Londra e Barcellona, per scegliere paesi vicini, un pubblico sempre più numeroso frequenta gli appuntamenti offerti dal mercato dei produttori, attratto dalla varietà e dalla particolarità dei prodotti che vengono offerti. La gente che affolla il mercato diventa attore protagonista in scena, non un semplice cliente, che deve limitarsi a scegliere, pagare e consumare.

Al mercato si compra in modo diverso: s’incontrano persone con le quali ci s’intrattiene piacevolmente per il gossip, si scoprono i produttori e i segreti su come coltivare o cucinare l’alimento che si acquista, magari dopo averlo assaggiato. Fare la spesa al mercato significa mobilitare i cinque sensi: si annusa la fragranza di un melone, si tasta la consistenza dei pomodori, si guardano i pesci dritto nell’occhio per valutarne la freschezza, si ascolta il rumore sordo di un cocomero percosso per verificarne la bontà, si assaggia un’oliva per apprezzarne il sapore.

Nel mercato sopravvivono anche i prodotti degli artigiani o quelli più particolari, troppo rari e preziosi per finire sulle “gondole” degli ipermercati, con tutte le varietà agricole non omologate, simbolo di quella biodiversità oggi gravemente minacciata dalla standardizzazione delle produzioni industriali, che non interessano la grande distribuzione: le mele di montagna, le erbe spontanee, i formaggi d’alpeggio, i prodotti esotici consumati dalle comunità migranti…

Provate la differenza e organizzatevi per fare la spesa in un anonimo ipermercato! Non sto a ricordarvi l’auto, i km da fare e il tempo da impiegare, ma, tanto per iniziare, dovete districarvi tra i numerosi volantini promozionali che riempiono le vostre cassette postali e cercare di capire qualcosa delle offerte “sottocosto” che vengono proposte, poi dovete scoprire che cosa effettivamente vi stanno vendendo. Non so se ne verrete a capo tanto facilmente, è un’impresa faticosa! Non è sufficiente leggere l’etichetta, ci vuole un’analisi di laboratorio.

Il prezzo è sicuramente una componente importante nelle motivazioni di acquisto, soprattutto in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo, ma non possiamo continuare a dimenticarci del rapporto intimo che stabiliamo con ciò che mangiamo: il cibo lo ingeriamo e diventa parte di noi stessi, “noi siamo ciò che mangiamo”, come diceva il filosofo tedesco Feuerbach. Se poi non fossero sufficienti queste considerazioni, allora dobbiamo ricordare che il 35-40% delle patologie sono di origine alimentare, come ci conferma l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), ovvero sono conseguenza della qualità del cibo che assumiamo e dei modelli alimentari che adottiamo. Se poi ancora consideriamo quanto incide la qualità dell’ambiente sulla nostra salute, allora emerge in tutta la sua evidenza quanto sia di nostro diretto e immediato interesse favorire la sopravvivenza di un’agricoltura biologica e contadina intorno a noi. Un’agricoltura che garantisca cibi buoni e sani, che conservi il nostro territorio, lo rispetti e lo custodisca, magari aiutandoci a contenere i disastri che i cambiamenti climatici stanno infliggendo al nostro habitat, come sta avvenendo in questi giorni, soprattutto nelle nostre zone montane e collinari.

Ecco, forse è utile che iniziamo a chiederci quanto vale il cibo che compriamo, piuttosto che limitarci a considerare solamente il prezzo del suo cartellino.

Il mercato globale richiede una produzione intensiva ed uniforme (monocoltura), deleteria per l’ambiente. Quello locale, invece, offre agli agricoltori degli incentivi alla diversificazione della produzione, creando opportunità per la coltivazione di nuove piante o l’allevamento di nuove specie animali. Avere produzioni diversificate significa anche non impiegare i pesanti macchinari usati nelle monocolture e, conseguentemente, eliminare una delle cause principali dell’erosione del suolo. La diversificazione conduce all’impiego di metodi biologici, rendendo i raccolti meno suscettibili agli attacchi di insetti nocivi e meno bisognosi di pesticidi artificiali.

Le economie rurali, in particolar modo, beneficiano dei sistemi di produzione locali dal momento che la maggior parte degli introiti derivanti dalla vendita del cibo, finisce direttamente a remunerare il lavoro dei produttori e non nelle tasche di lontane multinazionali. Ecco allora che il “mercato” può aiutarci a riscoprire e rivalutare il sistema del “cibo locale”, che significa freschezza dei prodotti provenienti da aziende agricole prossime ai territori in cui viviamo. Per questa ragione, la distanza percorsa dal cibo (dal luogo di produzione fino al piatto finale) è relativamente breve con una grande riduzione del consumo di carburanti fossili e dell’inquinamento.

Una scelta che consente di rilanciare il ruolo dei mercati e dei negozi specializzati, offrendogli la possibilità di qualificare la loro offerta, proponendoli come riferimento di una proposta di alimentazione sostenibile e sana, capace di recuperare e valorizzare la cultura e le tradizioni del territorio. Un “mercato”, e un commercio specializzato, che recupera la sua funzione di scambio di prodotti, servizi, informazioni, rapporti sociali.

Il nostro benessere può iniziare a tavola se utilizziamo prodotti freschi e di stagione, coltivati il più possibile vicino a dove viviamo, limitando il consumo di quelli che richiedono complessi processi di trasformazione e conservazione.

Bassorilievo raffigurante un
banco del mercato in epoca romana, dal quale si evince come sia rimasta
sostanzialmente inalterata la tecnica di vendita in oltre 2.000 anni di storia.
Pubblicità
Condividi
Nato a Torino nel 1954, ha lavorato per la Lega Regionale delle Cooperative, operando prima nell’Associazione Regionale Cooperative Agricole e, poi, nell’Associazione Regionale Cooperative di Servizi. Successivamente è stato nominato Consigliere Delegato della Coop CAMST (ristorazione) per la Divisione Piemonte e, quindi, ha collaborato con Coop Piemonte, assumendo la Direzione di importanti Centri Commerciali nel torinese. Ha iniziato ad occuparsi di agricoltura biologica nel 1993, assistendo alcune cooperative agricole e loro consorzi. Nel 2001 ha partecipato alla costituzione dell’AIAB Piemonte diventandone Presidente. Nel marzo 2002 è stato eletto nell’esecutivo di AIAB Federale. Nel novembre del 2003 ha partecipato alla costituzione dell’Associazione delle Città del Bio, della quale è stato direttore sino all’ottobre del 2015. Dal 2010 è Presidente dell’Associazione ITALIABIO

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.