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I fatti di cronaca parlano, oggi più di sempre, di un aumento dell’aggressività familiare. In ogni occasione gli operatori sanitari sfruttano le conoscenze della disciplina che esercitano per venire a capo, cercare una condizione che spieghi quello che appare completamente fuori dalla logica. In queste condotte si declinano fatti incredibili, espressione di un disagio mentale che trova un terreno fertile nella follia che si esprime in istanti, in frangenti nei quali si consuma quello che spesso si rivela un comportamento irreparabile.

La domanda è se esista o meno un denominatore comune in queste circostanze delle quali conosciamo solo gli aspetti più clamorosi, mentre ci è noto che la gran parte di questa vera e propria disfatta sociale è sommersa, comunque espressa in aggressività verso le donne e verso i bambini.
Qui troviamo una chiave.

È una lettura non consueta per quanto semplice: il violento è generalmente un codardo che si nasconde agli occhi di una società distratta nel tentativo, folle quanto realizzabile, di ottenere una continuità all’espressione della sua malattia mentale. Per questo motivo egli si esprime nel modo più semplice e comodo, verso chi è più debole. Come se proprio il debole dovesse dargli conto della malattia mentale di cui è affetto. Come se potesse risolverla.

In questa manifestazione in cui prevale la rabbia, si esprime la necessità di placarla danneggiando chi ha davanti e ne diventa vittima. Questa crudeltà non si esprime esclusivamente nel momento in cui avviene, ma in tutto il tempo passato nel quale la follia ha dato i suoi segni ed è stata tollerata. Non ci sono follie di questo livello che non si siano evidenziate già nel passato. Per questo la logica del più forte si produce negli individui che siano affetti da questa vera e propria tara mentale, molte volte prima di leggere la notizia sul giornale.

Molte volte quell’individuo ha espresso momenti simili a quello di cui si parla, ma intorno è stato visto ed è stato fatto vedere e tollerare, come un’espressione del comportamento che non valeva la pena di avvalorare. Come aspetti di una personalità “tutto sommato nei limiti della norma”.

Parliamo a vittime ed a carnefici: sia ben chiaro che abbiamo il dovere verso sé stessi e verso gli altri di denunciare i fatti che preludono a una violenza successiva.
Essi ci sono sempre e troppo spesso non vengono osservati.

 

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Collaboratore Nato a Firenze nel 1963. Laureato in Psicologia Clinica, autore di saggi e testi di Psicologia Clinica e di sociologia, autore di narrativa in ambito nazionale, Consulente in tema di psicologia clinica e sociale per reti televisive e radiofoniche. Relatore a congressi riguardanti l'intervento psicologico e redattore di rubriche televisive, coordina una intensa attività di ricerca insieme all'attività di Psicologo libero professionista nel Mugello, a Firenze, Roma e Milano.

1 COMMENTO

  1. Non sono uno psicologo e mi esprimo come meglio posso.Ritengo che la violenza sia una malattia da prevenire e curare restaurando,perfezionando,cercando un tenore di vita meno convulso ,superficiale,facile,non ispirato dai mass media come lo è attualmente.
    Anche lo sport ,quello sano ,dove si partecipa e si suda e non dove si partecipa da tifosi soltanto potrebbe dare un contributo.
    La violenza esplode di continuo ,con tante sfumature,anche alla guida dell ‘auto….
    Natalino

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