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Siamo o no davanti ad un’invasione? E se le siamo, come possiamo fermarla? Sono due domande cruciali, forse quelle alle quali è più difficile da affrontare.

Alla prima abbiamo già dato una prima risposta. I numeri degli sbarchi e delle presenze non sembrano giustificare la percezione di un’invasione. Ma quelle cifre sono fuorvianti, perché non tengono conto di quello che succede in Africa, dove decine di milioni di persone sono in movimento, e del fatto che la soluzione che l’Europa ha trovato nell’immediato per rispondere al problema è quella di “contenere” i migranti (nei campi profughi libici o turchi) per evitare che raggiungano i confini esterni dell’Europa. Anche alla seconda domanda abbiamo proposto una prima chiave interpretativa: il modo migliore di fermare l’immigrazione incontrollata e clandestina sarebbe quello di proporre aiuti internazionali credibili ed efficaci per migliorare le condizioni di vita nei paesi di origine. E magari anche rottamare politiche internazionali che le generano. Chiedere a Francia, Inghilterra e Germania in primis.

Utopie? Per adesso sembrerebbe di si. Le soluzioni che ad oggi sembrano più efficaci sono quelle di frammettere, tra noi e l’Africa delle barriere. Se oggi arrivano meno migranti non è perché il flusso si è fermato, ma perché quel flusso è arginato, prevalentemente in Libia e in Turchia. E’ una strategia definita a tavolino dall’Unione Europea e che ha portato nelle casse dei rais turchi e di Erdogan, letteralmente, miliardi di euro. Il nostro governo si è accodato a questa politica e lo abbiamo ben visto nelle diverse “crisi” che riguardato navi ONG, impossibilitate ad attraccare nei nostri porti. Come noto, l’opinione pubblica su questo si è spaccata: da un lato, quelli che si sono scandalizzati per azioni ritenute crudeli e inumane, arrivando addirittura ad accusare il Ministro Salvini di sequestro di persona per non aver permesso lo sbarco di migranti; dall’altra chi ha plaudito ad una decisione che ha in qualche modo costretto l’Europa a pensare al problema in precedenza scaricato quasi esclusivamente sul nostro Paese e a farsene carico. Europa che, naturalmente, non ha perso l’occasione per accusare il nostro paese di insensibilità e di xenofobia: poco importa poi se i leader di Francia, Spagna e Germania fanno più o meno le stesse cose, bloccando anche loro porti, chiudendo le frontiere o addirittura mandando la polizia a manganellare i migranti ospitati in un centro di accoglienza in un paese straniero. Chiedere a Macron per maggiori informazioni.

Quello della chiusura dell’Europa è una tentazione che, dopo aver conquistato molti politici europei (di destra prevalentemente, ma anche di sinistra), si sta affacciando anche sul tavolo dei militari. Nello scorso luglio, una prestigiosa rivista di geopolitica e sicurezza, Report Difesa, ha pubblicato il piano del Generale Vincenzo Santo per fermare un’emergenza nei cui confronti non è mai stato fatto nulla di veramente efficace. La posizione del Generale Santo, ex Capo di Stato Maggiore della Nato in Afghanistan, non sembra lasciare incertezze interpretative ed è ancora più significativa perché non viene da uno sprovveduto, ma da chi ha una certa esperienza anche sul campo: Il traffico e l’arrivo incontrollato degli immigrati è da considerarsi una vera e propria invasione che mette a rischio la sovranità non solo dell’Italia, ma dell’intera Unione Europea”.

E quindi la soluzione. Che prevede una dozzina di punti, ma che in primis prevede la chiusura di tutti i porti italiani e il blocco navale del Mediterraneo. Le argomentazioni di Santo, che ritiene che tra gli scafisti si annidino anche molti terroristi dell’ISIS, sono molto complesse e articolate anche se sul punto della chiusura dei porti non sono univoche: evidentemente, l’opinione del Generale si è formata nel tempo ed è frutto di una riflessione approfondita: ad esempio, un’intervista di giugno, ancora su Report Difesa, precisava il tema della chiusura dei porti, definendola una misura di breve termine.

La soluzione più semplice da individuare, quindi, sarebbe quella di costruire una barriera tra “noi” e “loro”. Parliamoci chiaro, è una tentazione che nella storia hanno avuto moltissimi soggetti e dunque non possiamo certo imputarla al governo giallo-verde. Semmai, i governi “sovranisti” hanno spinto l’Europa a sostenere questa misura, come dimostra la chiusura sostanziale delle vie di terra balcaniche: lì è un accordo con la Turchia (accordo molto oneroso per l’Unione Europea) che impedisce l’entrata dei migranti nei confini europei. Un accordo che il cosiddetto “Gruppo Visegrad” ha fortemente voluto, sollecitato e ottenuto.

Solo che la soluzione più semplice è anche quella che offre meno garanzie e per un innumerevole serie di ragioni.

La prima ragione è insita nella natura umana. Ognuno di noi è spinto a migliorare la propria condizione, a cercare una vita migliore per sé e per i propri cari e a fuggire dalle situazioni estreme di pericolo. Questa spinta è così forte da essere alla base di movimenti di intere popolazioni: quelle che i libri delle medie o delle superiori chiamavano (e talvolta chiamano ancora) “invasioni barbariche”, sono in realtà veri e propri movimenti migratori di popoli che cercavano spazi e possibilità per vivere meglio, cercando sicurezza e prosperità. E che naturalmente, cercavano rivolgendosi a luoghi dove ritenevano che questo era possibile, dove si immaginava che ci fosse benessere. Poco meno di duemila anni fa, era il territorio dell’impero romano l’obiettivo di questi popoli: l’impero era sinonimo di ricchezza e benessere e dunque erano quelli i territori verso cui dirigersi. Questo bisogno è ancora più forte quando in gioco non c’è soltanto una voglia di conquista, ma la sopravvivenza. La spinta a cercare un posto migliore può ovviamente essere combattuta, ostacolata e anche respinta. Ma solo fino a quando chi vuole entrare non sarà più determinato, più numeroso e più forte (non solo militarmente) di chi si oppone. Per sostenere la “resistenza” alle spinte esterne, da sempre, si è fatto ricorso a barriere, naturali o artificiali: muri, fossati, blocchi militari, confini fortificati. Solo che la storia ci dimostra che nessuna di queste misure ha mai davvero funzionato, neppure le montagne più alte e i mari più agitati.

Dalla Muraglia Cinese al muro di Berlino, dal Vallo di Adriano a quello fortemente voluto da Trump tra Stati Uniti e Messico, dalle Alpi agli oceani, muri e barriere sono destinati presto o tardi a venire abbattuti o valicati. Anche quando si tratta di linee fortificate (la Maginot come il Vallo Atlantico o la Linea Gotica), il loro destino è quello di costituire un argine solo temporaneo. Sono così strategicamente inutili, che spesso la loro importanza è più simbolica che reale. Il miglior esempio è il muro del carcere di Pianosa: che finisce a pelo dell’acqua e che può essere aggirato persino a nuoto; in definitiva, è una sottile pressione psicologica che ricorda che quello è un carcere.  La possibilità di muri e barriere di resistere è legata ad una banale questione di pressione ed è per questo che sono destinati a crollare. Quando costruisci un muro, definisci due mondi: quello interno e quello esterno. Ma così facendo, concentri su quel muro tutte le forze che lo vogliono abbattere per entrare e presto o tardi la pressione esercitata da “chi sta fuori” sarà così forte da farlo crollare.

Con il fenomeno migratorio, le cose sembrano essere esattamente in questo modo: la pressione di milioni di potenziali migranti (come si ricorderà, in un precedente articolo abbiamo riportato stime che parlano di 60 milioni di persone in movimento dall’Africa) non potrà essere contenuta da un blocco navale o da un presidio militare. O almeno non potrà esserlo per sempre. Costruire muri e barriere sembra uno sforzo senza senso.

Eppure, i muri ci sono eccome. L’immagine qui sotto rappresenta i numeri di muri eretti nel mondo tra il 1945 e il 2011. Come si vede, il numero è rimasto piuttosto costante fino alla fine del secolo scorso: qualche muro sorgeva, ma qualche altro veniva tirato giù. Dal 2000 in poi, il numero è in continua ascesa: abbiamo un mondo pieno di barriere, “noi” contro “loro”.

E non pensate che l’ultimo muro crollato in Europa sia quello di Berlino: la libera circolazione di uomini e mezzi nell’Area Schengen non basta. Qualche tempo fa, durante una delle crisi internazionali provocate dal veto di Salvini a far attraccare una nave delle ONG nei porti italiani, il sindaco di Barcellona venne ospitato in una trasmissione televisiva. Il sindaco aveva proposto la capitale Catalana per ospitare i migranti rifiutati dall’Italia e la “grande civiltà spagnola” venne naturalmente magnificata a reti unificate. Nessuno dei giornalisti, tuttavia, chiese conto di quello che da anni sta succedendo nelle enclaves spagnole di Ceuta e Melilla, due piccole isole dove la comunità spagnola ha alzato muri con filo spinato e rete a maglie affilate a coltello per impedire l’entrata ai cittadini marocchini. Questo solo per dire che nessuno è esente dalla tentazione di alzare un muro, neanche quelli che vorrebbero insegnare agli altri come si sta al mondo.

E dunque, se i muri prima o poi crollano, che fare? La storia, di nuovo, ci dà alcune indicazioni: in genere, quando popoli e culture diverse entrano in contatto tra di loro, le opzioni si riducono – all’osso – a non più di tre-quattro scelte.

La prima, che è anche la migliore, è l’integrazione. Complicata, perché occorre che chi accoglie e chi viene accolto condividano l’aspirazione a vivere insieme, pur con sistemi culturali, religiosi, politici diversi. Implica tolleranza e rispetto reciproco. Ma a dispetto di quello che oggi si dice dell’Italia, proprio noi possiamo vantare esempi importanti da questo punto di vista: la Sicilia arabo-normanna, per risalire nella storia. Anche il Granducato di Lituania era un esempio di questo tipo: popoli diversi, religioni diverse, culture diverse convivevano quando la “nostra” Europa era squarciata dalle guerre di religione. Cose non banali. Più semplice – e quindi più frequente – in società culturalmente complesse, un rapporto di separazione: questo sono, a ben vedere, i regimi di apartheid che hanno caratterizzato gli Stati Uniti o il Sudafrica, ma che sono ancora presenti in tanti luoghi del mondo. In questi casi, accanto a muri e barriere fisiche (che non mancano mai) ci sono anche quelle sociali: scuole separate, ristoranti separati, autobus separati. La separazione porta sempre latente uno stato di tensione: perché gli inevitabili punti di contatto sono potenziali micce che accendono scontri, culturali o fisici. E questo ci porta direttamente alla situazione più “normale” che si registra nella storia (ed è la terza opzione, quella meno desiderabile, ma ahimè più frequente): il conflitto vero e proprio, cruento e sanguinoso, dove alla fine il più forte (anche sotto il profilo della coesione culturale e del proprio sistema di valori) prevale sul più debole. Quante volte abbiamo sentito evocare lo “scontro di civiltà”?

Ogni conflitto termina o con la dissoluzione degli “altri” o con la loro assimilazione. La storia è piena di casi del genere: i romani assimilarono i popoli latini; i conquistadores sterminarono gli indios dell’America Latina così come i coloni europei annientarono i nativi americani. LVale la pena notare che sono “gli altri” (quelli contro i quali si era resistito con barriere e muri) ad aver avuto la meglio?

Se la storia ha davvero qualcosa da insegnare (e qualche dubbio è lecito averlo), tutto lascerebbe propendere per la scelta della prima opzione, quella dell’integrazione. Ma come per le ciliegie, una domanda tira l’altra: siamo pronti a questo passo? Chi emigra nel nostro Paese, nel nostro continente, è a sua volta disponibile ad integrarsi con noi? Sappiamo (tutti) resistere alla tentazione della conquista e del dominio?

A seguire alcuni link di riferimento sull’argomento:

https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13360552/immigrazione-generale-vincenzo-santo-piano-dieci-punti-fermare-invasione.html

http://www.reportdifesa.it/migranti-generale-vincenzo-santo-fermare-i-trafficanti-desseri-umani-con-incursioni-militari/

http://www.limesonline.com/cartaceo/guardato-da-vicino-visegrad-e-un-mosaico?prv=true

https://www.linkiesta.it/it/article/2018/06/13/abbiamo-affidato-i-nostri-confini-a-libia-e-turchia-e-ora-ne-paghiamo-/38433/

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-grande-muraglia-deuropa-viaggio-a-ceuta-e-melilla/

 

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Claudio Carpini (Firenze, 1965), laureato in storia medievale con una tesi sugli insediamenti crociati in Terrasanta, ha completato la propria formazione studiando a Pisa, Bologna e Palermo, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in storia medievale. La curiosità e gli interessi di ricerca lo hanno spesso portato ad approfondire temi di storia del Baltico, argomento sul quale ha pubblicato numerosi saggi, in particolare per quanto riguarda la formazione dello stato lituano all’inizio del Novecento. Si occupa di storia e cultura locale, coordinando alcuni progetti culturali legati al recupero e alla valorizzazione della memoria collettiva di alcune comunità mugellane.

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