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Parliamone, di domenica – Sarà utile oggi (giornata di voto molto importante per il nostro paese) come editoriale di OK!Mugello rilanciare un articolo del Corriere della Sera di qualche settimana fa:

L’appello per «un’ampia partecipazione» alle elezioni del 4 marzo l’aveva già lanciato la sera di San Silvestro, nel messaggio di fine anno, ma senza insistere più di tanto. Ora lo ripete caricandolo di un valore morale e richiamando «tutti, nessuno escluso», al senso di responsabilità «verso la comunità nazionale». Avverte che un nuovo calo della partecipazione alle urne «costituirebbe il sintomo di un indebolimento della fiducia nelle istituzioni comuni e quindi uno stato di salute meno florido della nostra democrazia». E spiega che, davanti a questo dovere non valgono certi alibi su cui continua a crescere l’antipolitica. Per lui, infatti, «non si può configurare una contrapposizione tra istituzioni malfrequentate e una mitizzata e ideale società civile: sappiamo che non è così».

Perciò, ecco il suo ammonimento, «nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare». Deve temere un’impennata dell’astensionismo, Sergio Mattarella, per decidere di farsi sentire di nuovo, a soli 45 giorni dal voto. Lo fa affidando le proprie ansie a Famiglia Cristiana (in uscita oggi) attraverso un’intervista nella quale si concentra in particolare sulla Costituzione, che già aveva definito «cassetta degli attrezzi per il futuro». Intende soprattutto quel futuro prossimo che si aprirà con la scadenza di marzo. Ovvio dunque che il suo primo invito, dopo aver più volte esortato i partiti a presentare programmi «realistici e credibili», adesso si rivolga a quel che si dice «il popolo». Al quale — ricorda — spetta il compito di «esser disponibile al dialogo» e di informarsi sulle scelte politiche. «Per comprenderle ed eventualmente criticarle, prima di giudicarle sommariamente».

È il suo modo di mettere alla pari chi fa politica e chi no, fra gli italiani, posto che un quid di responsabilità in più lo hanno i politici. Essere «cittadino», secondo il presidente, comporta un fatto: «Chi avverte autenticamente il proprio status non si sente un creditore che esige soltanto, ma avverte che siamo tutti creditori e debitori nei nostri comportamenti». Chiamati in entrambi i casi a «fare la nostra parte, nei ruoli propri, per il bene comune». Un principio che vale anche per capire alcuni elementi di disgregazione presenti nella società e qualificati come «risentimento e talora addirittura rancore». Esistono, sì, sono «pericolosi» e affiorano «sovente in quel grande contenitore che è il Web». Per fortuna, però, risultano bilanciati dai tanti che s’impegnano nel loro lavoro e magari aiutano gli altri «con abnegazione e gesti generosi», consentendoci di «affrontare con fiducia il futuro».

E qui il capo dello Stato evoca un’altra parola chiave: fiducia. Cioè quel fattore impalpabile ma decisivo che dobbiamo avere (e lui ce l’ha), se vogliamo affrontare certi eterni problemi, in testa ai quali «resta la disoccupazione, principale emergenza del Paese». Ma la fiducia, lascia intendere, è anche una precondizione per pesare a Bruxelles, specie nei mesi che ci separano dal voto europeo del 2019. Dopo di che «si presenterà un altro orizzonte» rispetto alla stessa idea di Europa.
Fonte Corriere della Sera
19 gennaio 2018

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