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Molti anni fa in Mugello, come in Toscana e in Italia, si è abbandonata la terra. Una separazione rabbiosa, piena di rancore che determinò case coloniche e fattorie vuote, campi invasi dagli sterpi e dalla macchie, borgate morte in pochi anni.

Ma la frattura dell’uomo con la terra era avvenuta prima, con lo squilibrio fra il tenore di vita generale e quello delle campagne, tagliate fuori dal contesto sociale con condizioni di vita insostenibili quale mancanza di strade, di luce, di acqua e patti agrari largamente superati dal tempo. Che cosa poteva rappresentare la terra per l’uomo ridotto in queste condizioni se non una prigione? La reazione fu la fuga; ed era, forse, l’unica possibile.

Riproporre alcuni detti e proverbi, frugare in questa sapienza del passato forse può far bene a noi “uomini cellulare” e smartphone, perché questo connubio uomo-terra è cosa preziosa da salvare, un tesoro comune elaborato nel tempo, affinato dall’esperienza, un elemento importante creato dalla “filosofia popolare”.

Il proverbio, infatti, che ha accompagnato la vita nelle nostre campagne per secoli, adesso è pressoché dimenticato. Eppure quanta saggezza esprimono questi detti fondati sull’esperienza, da oscure intuizioni, ricordi ancestrali. Essi narrano la lunga storia di una ricerca segreta d’intesa tra la mano dell’uomo e la terra, tra la sua mente e la realtà che lo circonda.

Mediante i detti il contadino sapeva cosa avviene sotto le zolle indurite dal gelo e dietro le nuvole invernali; conosceva la vita delle larve, degli insetti e quando la natura si ridestava; aveva cognizione del ciclo della vite e del vino, della vegetazione e degli ortaggi, del baco da seta e di tutti gli animali da allevamento; conosceva la migrazione degli uccelli, del letargo degli animali, dei cicli astronomici del sole e della luna.

Dopo queste brevi considerazioni sui proverbi ne riporto alcuni del mese di gennaio appena trascorso.

Sotto la neve pane, sotto il gelo fame.

Ci insegna come in inverno la neve sia da preferire al gelo, in chicco di grano sotto la prima rimane coperto e non si sciupa, mentre con il gelo marcisce e muore.

Il gran freddo di gennaio
il maltempo di febbraio
il vento di marzo
le dolci acque d’aprile
le guazze di maggio
il buon mietere di giugno
il buon battere di luglio
e le tre acque d’agosto
con la buona stagione
valgon più che il trono di Salomone.

In questa filastrocca ogni mese è ricordato per una delle sue più importanti caratteristiche con riferimento al raccolto del grano, ma anche a tutta la vegetazione da cui dipende la ricchezza di chi vive coi proventi della campagna. I mesi arrivano fino a agosto, infatti, da agosto in poi il raccolto è già pronto; i frutti sono in via di maturazione e se non intervengono burrasche o grandinate violenti il raccolto dell’uva, delle olive, delle castagne e di altri frutti è già preparato.

La notte di Befana nella stalla
parla l’asino, il bove e la cavalla.

Era credenza popolare soprattutto in Toscana, che la notte dell’Epifania gli animali parlino, addirittura si conoscevano anche le parole che si scambiavano i bovi nella stalla:

_ Biancone!
_ Nerone!
_ Te la data la ricca cena il tuo padrone?
_No, non me l’ha data.
_ Tiragli una cornata!

Un altro:

La luna di gennaio e la luna del vino.

La luna buona è per i contadini il periodo della luna calante; con la luna cattiva (crescente) non si semina perché le piante vanno subito al seme, non si pota, non si travasa il vino perché s’intorbida, non si rimuove il letame, non si castrano animali e non si fanno altre faccende. L’influenza della luna su tutto quanto vive è un fatto incontestato, quali siano i termini e materia di discussione, ma nonostante ciò quasi nessuno semina o tocca il vino con la luna cattiva.

Chi ammazza la pulce di gennaio
ne ammazza un centinaio.

La lotta contro i parassiti e gli insetti nocivi doveva essere fatta nel cuore dell’inverno, prima che certe specie deponessero le uova che in molti casi maturavano spontaneamente.

Non c’è gallina né gallinaccia
che di gennaio l’uova non faccia.

Dopo un periodo di stasi le galline ricominciano a fare le uova in abbondanza.

È più ghiaccio di gennaio!

Stava ad indicare una persona fredda, scostante e altezzosa.

Sant’Antonio dalla barba bianca
se non piove la neve non manca.

Il giorno del santo è il 17 del mese e rappresenta il cuore dell’inverno: solo la pioggia può tenere lontana la neve.

Delle calende non me ne curo
purché a San Paolo non faccia scuro.

San Paolo (25 gennaio) rappresenta un punto importante per i pronostici e la giornata chiara di San Paolo era indice di un anno ricco di messi; se invece neve o pioggia era segno di carestia. Il detto è antichissimo e si riallaccia probabilmente a credenze pagane.

I giorni della merla.

Sono gli ultimi tre di gennaio, collegati alla favola del merlo che credendo di essere fuori dal freddo disse: “più non ti curo Domine, che uscito son dal verno”. Il merlo fu punito da gennaio che, aveva allora 28 giorni e se ne fece prestare tre da febbraio che allora ne aveva trentuno, scatenando un freddo gelido tutti gli anni in quel periodo.
Alfredo Altieri

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2 Commenti

  1. Partecipo anche io con una filastrocca che per i vecchi vale anche oggi:

    Gennaio nevaio
    Febbraietto corto e maledetto
    Marzo fa le pelli
    Aprile non ti scoprire
    Maggio non ti fidare
    Giugno fa come ti pare.

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