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Secondo approfondimento di Claudio Carpini che intende esplorare le dinamiche progenitrici di una certa forma di razzismo, ignoranza e superficialità che sembra dilagare oggi nella nostra società. Si tratta di un serie di approfondimenti (il primo articolo puoi leggerlo qui) che si svilupperanno in vari articoli, in ognuno dei quali Carpini cercherà di analizzare cosa di vero si trovi dietro gli slogan che generano l’ignoranza così diffusa. Certi di non avere la verità in tasca, auspichiamo con questi articoli di poter sviluppare un dibattito e un confronto civile che ci possa permetta di progredire nella comprensione del nostro mondo.

Il dovere morale dell’accoglienza

“Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro.”

Parole, scritte nere su bianco. Non da Matteo Salvini, ma Matteo Renzi, in un suo libro scritto uscito giusto un anno fa. E con buona pace di Roberto Saviano e di tante altre anime candide. A parte il gioco delle parti e la singolarità che questa frase potrebbe essere stata scritta anche da esponenti dell’attuale Governo, il contenuto è assolutamente condivisibile.

Partiamo dalla fine. Abbiamo già visto quanto sia difficile, se non impossibile, “aiutarli a casa loro” se non cambia il modo con cui l’Europa affronta le politiche di cooperazione internazionale e se alcuni stati non mettono da parte i loro interessi particolari. E di tutto questo, per il momento, non c’è traccia nelle idee dei politici europei, anzi.

Il dovere morale di aiutare chi è in pericolo di vita è invece sacrosanto: è quello che ci rende umani e che segna il grado di civiltà di un popolo. E’ quello che viene regolarmente fatto nel Mediterraneo con il recupero delle persone che si trovano in difficoltà sui barconi. E’ quello che viene fatto riconoscendo protezione a chi è perseguitato per motivi politici, religiosi o etnici nel proprio paese di origine. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che continuare a ripescare persone dal mare senza al contempo rimuovere le condizioni che li spingono a intraprendere quel viaggio è un’impresa tanto nobile quanto vana. Ed è anche questa un’obiezione piena di buon senso.

Il groviglio vero si gioca sull’accoglienza: qui, è bene chiarire perchè non esistono doveri (né morali, né giuridici). Prima di tutto, da quando esiste lo stato moderno (ma anche prima, sia pure con modalità diverse), nessuno stato permette agli stranieri di entrare ed uscire liberamente dal proprio territorio senza controlli e senza permessi. Il trattato di Schengen, che permette la libera circolazione dei cittadini europei all’interno dell’UE (ma prevede controlli sui confini esterni, beninteso), ha alterato un bel po’ la nostra percezione su questo aspetto. Ma basta allontanarci anche di poco dai confini dell’UE perché per entrare in un qualsiasi stato estero sia necessario un visto sul passaporto che ci identifichi chiaramente alle autorità del luogo e che spesso comporta anche una nostra dichiarazione preventiva sulle ragioni della nostra permanenza nello stato estero. Ciò premesso, non si capisce perché l’Europa (e l’Italia, di conseguenza) dovrebbe avere un dovere, addirittura rafforzato da un imperativo morale, ad accogliere chiunque ne faccia richiesta, senza certezza dell’identità e per qualsiasi motivo. Al di là delle dichiarazioni di facciata e del momento, essere accolti non si configura neppure come un diritto soggettivo. Sono gli stati che riconoscono questa possibilità: anche quando si tratti di richieste di asilo politico. E questa concessione non è neanche universalmente valida: attribuire ad una persona lo status di rifugiato comporta implicitamente l’esistenza di un altro stato che opprime le libertà individuali. E’ una presa di posizione densa di conseguenze potenziali sul piano delle relazioni internazionali e dunque ogni nazione valuta con grande attenzione e cautela le richieste di asilo politico, subordinandole spesso alla realpolitik del proprio (legittimo) interesse nazionale. E’ per questo che può accadere che i cittadini curdi ottengano facilmente lo status di rifugiato se provengono dal Kurdistan Iraniano o Irakeno, ma quasi mai se provengono dalla Turchia: non perché là siano meno perseguitati, ma perché Ankara gioca un ruolo politico ed economico ben maggiore e più strategico per quasi tutti i paesi europei.

Il presunto dovere di accoglienza, poi, si scontra con le dimensioni di un fenomeno migratorio che gli esperti stimano in qualcosa meno di 100 milioni di persone. Un numero enorme, rapportato alla popolazione europea.

Siamo quindi davvero in presenza di una invasione? Proviamo ad affidarci ai numeri, cercando di non alimentare la confusione nella quale giornali delle diverse parti politiche cercano di farci cadere mescolando i dati sulla presenza di cittadini stranieri in Italia con quelli del flusso migratorio proveniente dal Mediterraneo. Si tratta di dinamiche molto diverse l’una dall’altra, che non si alimentano reciprocamente se non in piccola parte e che raccontano storie diverse.

Secondo i dati ISTAT, al 1 gennaio 2018, gli stranieri presenti in Italia erano 5.144.400, in crescita di circa 100 mila unità rispetto al 2017. Questi però sono i cittadini stranieri regolarmente presenti nel nostro Paese: hanno un permesso di soggiorno per diversi motivi (lavoro, studio, ricongiungimenti familiari etc.). Questi cittadini rappresentano oggi circa l’8,5% della popolazione italiana: percentuale lievemente più alta della media europea, ma ben lontana dai valori dell’Austria (15%), della Germania, del Belgio e dell’Irlanda (tutti superiori all’11%). Le stime – da qui al 2065 – dicono che questa percentuale è destinata fatalmente ad aumentare, perché alla crescita del numero degli stranieri corrisponderà una diminuzione della popolazione residente. Questi numeri impongono riflessioni complesse alla politica (e una oggi non comune capacità di visione): coinvolgono i temi dell’integrazione, della multiculturalità, del rapporto tra diverse religioni e persino della sicurezza. Ma hanno poco a che vedere con la dinamica degli sbarchi. Sempre più spesso, però, i media questi confondono queste due dimensioni. E non sempre per distrazione.

Quanti sono gli sbarchi in Italia? Il documento di sintesi più semplice da leggere è il Dossier che il Ministero degli Interni pubblica sul suo sito ogni Ferragosto. Nel periodo 1 agosto 2017-31 luglio 2018 sono sbarcate in Italia 42.700 persone: un dato in netto calo se confrontato con i 182.877 giunti sulle nostre coste tra agosto 2016 e luglio 2017 (-76,6%). Piccola parentesi: questa diminuzione significa forse che i flussi migratori sono diminuiti o si sono interrotti? Neanche per idea. Significa prevalentemente due cose: la prima è che alcuni paesi (la Spagna più di tutti) hanno aumentato il numero di migranti accolti, peraltro non senza difficoltà organizzative e polemiche interne. La seconda ragione della diminuzione è dovuta alle politiche di gestione dell’immigrazione da parte dell’Unione Europea: dal 2017 è stata attuata una strategia per fermare il flusso migratorio alle porte dell’Europa: in Turchia, dove previo assegno di 3 miliardi di euro staccato dall’Unione Europea viene interrotto il flusso via terra lungo la rotta balcanica; in Libia, dove gli accordi con le milizie libiche hanno comportato la netta riduzione delle partenze. Quindi: il flusso migratorio dai paesi interessati è ben lontano dall’essersi interrotto, ma per adesso – e fin che l’Europa paga – il grosso delle persone viene trattenuta o respinta in Libia e Turchia. Ovviamente, con un prezzo altissimo in termini di diritti umani. Occhio non vede, verrebbe da dire…

Il Dossier del Viminale ci racconta anche cosa succede ai migranti una volta che sono sbarcati nel nostro territorio. Vediamo: il 31 luglio 2018 erano presenti sul territorio nazionale 160.458 immigrati (132.287 ospitati nei centri di accoglienza; il 7% in Toscana). Nel corso del periodo considerato, sono state esaminate 89.054 domande di protezione internazionale. Il 39% di queste ha visto il riconoscimento di una forma di protezione (per inciso: i rifugiati sono poco più di 6300, circa il 7% del totale delle domande esaminate). Sono 34.731 persone che hanno tutti i requisiti per rimanere regolarmente sul suolo nazionale. Per tutti gli altri 54.323  il procedimento si è concluso in maniera negativa.

Ecco, questo è proprio il punto di snodo della questione. Che fine fanno quelle 54 mila persone? Perché se l’integrazione è già difficile per uno straniero regolarmente presente in Italia, figuriamoci per chi non ha i documenti in regola. Respinta la domanda d’asilo, quelle persone dovrebbero abbandonare l’Italia. Quasi nessuno lo fa (poco più di mille volontariamente; altri 6000 a spese dello stato italiano): così diventano clandestini e in definitiva non possono che essere spinte verso la marginalità. E’ in questo punto che la retorica della “accoglienza senza se e senza ma” (ma anche senza una strategia e una visione) mostra tutti i propri limiti. Accogliere tutti, per poi portare le persone ai margini della società è un gioco perverso: perché se non esiste il “dovere” all’accoglienza, esiste invece un dovere-diritto all’integrazione. Un dovere-diritto riconosciuto a chi ha i requisiti per rimanere in territorio italiano, che possono aspirare ad una vita dignitosa, con pari diritti e pari doveri rispetto ai cittadini italiani. Ma tutti gli altri facciamo finta di non vederli? Ci richiamiamo a principi morali, ma poi praticamente lasciamo tutto al caso? L’impressione è che se accettiamo con leggerezza che 54 mila persone ogni anno rimangano sul territorio italiano nonostante un provvedimento che nega loro il permesso di soggiorno, non stiamo risolvendo un problema, lo stiamo creando.

E’ qui che dovrebbe entrare in gioco la politica. Il sistema dell’accoglienza nel suo insieme è una macchina enorme e molto costosa. Al netto delle (non poche) distorsioni, le risorse che lo stato mette in gioco sono notevoli: il costo diretto è stato stimato in cinque miliardi di euro, ma se consideriamo tutto quello che gira attorno al fenomeno migratorio la cifra sale di molto. Cinque miliardi sono tanti soldi. Ed in un periodo di ristrettezze economiche, pongono a chi ha scelto (scelto…) di assumersi l’onere di proporre una visione della società domande sempre più pressanti su come impiegare queste risorse. Quali sono le priorità? O ancora meglio: chi ha la priorità?

I numeri che abbiamo letto (e che riproponiamo nei documenti citati nel testo) forse non giustificano la percezione che molti hanno di trovarsi davanti ad una vera e propria invasione. Sono probabilmente le piccole ipocrisie di comodo che amplificano questa percezione. E’ chiaro che esaminati nel loro complesso, questi numeri non giustificano (almeno al momento) allarmismi. E’ la concentrazione che spaventa: e questo vale sia per i cittadini stranieri regolarmente presenti, sia per gli irregolari e persino quelli “accolti” (magari in quartieri periferici o in piccole frazioni dei nostri paesi). In quei contesti, la percezione diventa realtà.

Affermare il “dovere morale dell’accoglienza” e non pensare a come affrontare i problemi della redistribuzione delle risorse, dell’integrazione delle persone nel nostro tessuto sociale, della competizione strisciante tra le fasce più povere della popolazione è ragionare per slogan. E’ troppo facile ed è, a ben guardare, irresponsabile.

Piccola chiosa conclusiva (e un po’ polemica)

Nel momento in cui chiudiamo l’articolo, si è risolta (apparentemente) l’ennesima crisi: i migranti della nave Diciotti, dopo un lungo braccio di ferro in attesa che altri stati europei si facessero carico della loro accoglienza, sono sbarcati. Albania e soprattutto la CEI si sono fatti avanti. Un centinaio di loro andrà nelle strutture diocesane della chiesa. Non in Vaticano, ovviamente: l’attico di Bertone non è momentaneamente disponibile. Verranno accolti nelle parrocchie. Che io pensavo sinceramente fossero in territorio italiano almeno da quando i Bersaglieri entrarono a Porta Pia, nel 1870. Si vede che mi son perso qualcosa.

Riferimenti e link:

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Claudio Carpini (Firenze, 1965), laureato in storia medievale con una tesi sugli insediamenti crociati in Terrasanta, ha completato la propria formazione studiando a Pisa, Bologna e Palermo, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in storia medievale. La curiosità e gli interessi di ricerca lo hanno spesso portato ad approfondire temi di storia del Baltico, argomento sul quale ha pubblicato numerosi saggi, in particolare per quanto riguarda la formazione dello stato lituano all’inizio del Novecento. Si occupa di storia e cultura locale, coordinando alcuni progetti culturali legati al recupero e alla valorizzazione della memoria collettiva di alcune comunità mugellane.

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