Pubblicità

Giugno in Toscana era visto come uno dei mesi dell’abbondanza. Molti dei lavori attuati dal contadino arrivavano a compimento e si raccoglievano i frutti; soprattutto grano e altri cereali, ma non solo anche ortaggi e frutta di stagione.

Ma questo è soprattutto il mese delle messi e qui veniva sperimentato “sul campo” tutto il sapere del contadino; perché egli doveva segare il grano né troppo presto quando non era ancora maturo, né troppo tardi con il rischio che la spiga fosse aperta con la perdita dei chicchi. Un tempo le operazioni legate al grano richiedevano energie fisiche molto dispendiose:

“Giugno la falce in pugno”
Recita un proverbio e infatti, la mietitura veniva fatta a mano con larghe falci e si facevano le “manate”, mazzi di spighe che poi venivano legate e ammassate in covoni per poi trasportarle sull’aia e ammucchiate in grandi barche. Lì si consumava il rito della battitura con la trebbiatrice.
La battitura, però, prima dell’avvento delle macchine veniva fatta a mano con il correggiato, un arnese formato da un asta a cui per mezzo di una cinghia era assicurato un bastone. In tempi ancora più lontani venivano disposte le spighe in circolo nel mezzo dell’aia e sopra le spighe passava un pietra attaccata a una stanga e fatta girare da un paio di buoi. Adesso come sappiamo tutto è più semplice con le moderne mietitrebbia.

Chi semina a ottobre, raccoglie a giugno.
Il mese di ottobre è quello della semina e giugno quello della mietitura.

Quando cantano le cicale, il cuculo smette di cantare.
È a giugno che questo uccello inizia a migrare dirigendosi verso l’Africa meridionale e centrale dove arriva a ottobre. In questo mese le cicale cominciano a cantare ed è il segno che l’estate è arrivata.

Quando il grano ha la resta, non vuole acqua sulla testa.
Il significato è semplice, il grano maturo vuole un clima caldo e asciutto.

Acqua di giugno rovina il mugnaio.
Come sottolineato più volte, il grano a giugno ha bisogno di una temperatura costante senza sbalzi, pena il raggrinzimento del chicco che determinerà l’aumento della percentuale di crusca e, conseguentemente, meno farina.
Il sistema di pagamento in uso per la macinazione era quello di cedere al mugnaio una parte di farina al posto di denaro (mulenda). Pare, che chi ci rimettesse quasi sempre fosse il mugnaio, che senza accorgersene riceveva più crusca che farina.

Tra maggio e giugno nasce il buon fungo.
La credenza popolare vuole che in questo mese si abbia la nascita di funghi migliori che in altri periodi dell’anno.

Se piove per San Vito, il vino gl’è ito.
Non è certo la pioggia di un giorno, ma quella che cade copiosa per un certo periodo intorno alla festività del santo. Come sempre i proverbi devono essere presi con una certa misura.

A San Vito il castagno è incardito, a Santa Maria inanimito.
Sono le fasi di preparazione del frutto del castagno. Quando inizia a fare il riccio è incardito, inanimito riempirsi di polpa.

Taglia, taglia, al padrone il grano e al contadino la paglia.
Il proverbio esprime l’amarezza del contadino che deve dividere il frutto del suo lavoro con un compenso che è poca cosa in confronto alle sue fatiche.

San Giovanni non vuole inganni.
In Mugello il proverbio attribuito al santo si spiega per il suo comportamento inflessibile e schietto. Di Giovanni Battista si celebra, unico fra i santi, il giorno della nascita, la festa è il 24 giugno. In passato la ricorrenza, vicina al solstizio d’estate era particolarmente sentita ed era considerata il Natale della stagione estiva, connessa al ciclo solare come la nascita del Signore. Per questo motivo ancora oggi si crede che in questa notte abbiano luogo prodigi e magie suggerita alla fantasia popolare dal solstizio solare. È una credenza molto antica non riferibile soltanto alla Toscana ma in tutte le regioni e a questo proposito un esempio calzante è ricordare come nel 1612 al Concilio di Ferrara furono interdette le pratiche della notte di San Giovanni, tra le quali la raccolta delle erbe.

Per San Giovanni si raccolgono cipolle e agli.
È il periodo nel quale entrambi sono pronti per essere colti.

Se San Giovanni la bagna, cade verde la castagna.
Anche in questo caso la pioggia mette a repentaglio la raccolta del frutto.

Lucciola, lucciola vien da me,
ti darò il pan del re,
pan del re e della regina,
lucciola lucciola vien vicina.
Una filastrocca veniva recitata dai bambini che si apprestavano a prenderne alcune per poi metterle sotto il bicchiere, al mattino, poi, avrebbero trovato dei soldini.
Un tempo in campagna i coltivi arrivavano a lambire non solo le case coloniche ma anche le abitazioni dei paesi e le lucciole che volteggiavano sopra la distesa delle messi sembravano tante luci che rischiaravano la notte. Secondo la fantasia popolare, esse avevano il compito di illuminare il grano perché potesse continuare a crescere.
In verità le lucciole usano la loro luce come richiamo amoroso; mentre i maschi volteggiano mandando segnali con un loro misterioso codice, le femmine ferme sugli steli o fra l’erba rispondono con segnali diversi, poi la scelta per l’accoppiamento.

Alfredo Altieri

 

Pubblicità
Condividi

Commenta l'articolo, scrivi qui!

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.