Ricordiamo che Venerdì 15 settembre 2017, alle 21, a Borgo San Lorenzo, presso la Saletta “Pio La Torre” in Via Giotto, si svolgerà la presentazione del volume curato da Cristina Siccardi: “L’Arte di Dio. Sacri pensieri, profane idee” (ed. Cantagalli). L’inziativa a cura del Circolo “La Terrazza” di Ronta, della Casa Editrice Cantagalli e del mensile “Radici Cristiane”, con il patrocinio del Comune di Borgo San Lorenzo.

A questo proposito, per gentile concessione dell’Editore Cantagalli, pubblichiamo alcuni estratti dei contributi presenti nel volume curato da Cristina Siccardi. Prima il contributo di Vittorio Sgarbi (qui sotto) poi quello di Monsignor Domenico Bartolucci:

La fine dell’architettura religiosa e della pittura religiosa: non è che esse abbiano tradito un principio, è che non c’è più un’esigenza che lo richieda

con Vittorio Sgarbi

Lei ha criticato aspramente «il delirio di onnipotenza di quasi tutti gli architetti contemporanei che dagli anni Settanta in poi seminano bruttezza. Sono credente e ho sempre considerato la religione cristiana il fondamento della nostra civiltà, perciò non posso restare in silenzio davanti all’eliminazione dal punto di vista morfologico di elementi costitutivi per quindici secoli degli edifici sacri quali la cupola e la volta. Elementi-simbolo del paradiso» (G. Galeazzi, Che brutta l’architettura sacra contemporanea, in «Vatican Insider – La Stampa», 6 novembre 2012). Può chiarire la sua posizione critica nei confronti dell’edilizia sacra progettata dagli anni Settanta ad oggi?

Alcuni elementi tipologici fondamentali che determinano la libertà sul male, al di fuori di ogni codice e da ogni indicazione spaziale, sono praticamente rappresentati dal fatto che dall’architettura religiosa, realizzata negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta fino a Fuksas mancano la volta e la cupola: la cupola è il Cielo, la volta è la dimensione che sta sopra alla testa degli uomini. Mancano sia le forme architettoniche, sia gli affreschi, sia le decorazioni che accompagnavano quelle forme curvilinee e quindi è evidente la volontà di interrompere le tipologie verticali, come nel Gotico; le cupole e le volte nel Rinascimento: la simbologia che tali elementi hanno rispetto ai valori religiosi e ai valori celesti è stata eliminata nella decadenza e nella fine dell’architettura religiosa, la quale non ha più una morfologia riconoscibile. Si è deciso di rinunciare al Cielo, di rinunciare alla presenza di quello che sta sopra di noi; quindi si procede attraverso stilemi meccanici, che servono magari per contenere persone, come potrebbe essere un teatro… ma teatro è già molto. Essi sono niente!

Sono l’idea di un architetto che chiama chiesa un contenitore totalmente privo di elementi morfologici che lo connettano alla presenza di Dio […].

Che cosa pensa degli “adeguamenti liturgici” che sacrificano gli impianti decoratovi preesistenti nei presbiteri delle nostre chiese antiche, com’è accaduto nella cattedrale di Reggio Emilia, con l’adeguamento curato da padre Andrea Dall’Asta SJ con opere di “arte povera”? 

Gli “adeguamenti liturgici” li considero scellerati perché hanno prodotto gli effetti inauditi della cattedrale di Reggio Emilia. Amboni, balaustre, altari vengono rivoluzionati in nome di questi adeguamenti. Si sono arrogati il diritto di buttare giù degli altari perché voltavano le spalle ai fedeli… ma il direttore d’orchestra continua a voltare le spalle al pubblico, affinché la musica arrivi nel migliore dei modi alle persone. La Messa rivolta ai fedeli, tentativo di dialogo goffo, sbagliato, zoppo, finisce con il paradosso di «scambiatevi il segno di pace» con le mogli, i parenti, gli amici… è una forma confidenziale grottesca rispetto a quella ieratica, quella indicata da papa Ratzinger in un libro sulle riforme degli altari; in esso sostiene che il sacerdote che volta le spalle è il primo fedele rivolto a Dio, che sta ad est. Il sacerdote non volta le spalle, ma conduce i fedeli, guida come il condottiero, come il direttore d’orchestra. L’idea che volti le spalle a Dio per parlare con gli uomini è una bestemmia, è un’eresia legata ad una follia di finto dialogo che non ci sarebbe fra Dio e l’uomo e fra l’uomo e Dio, ma che ci sarebbe fra l’uomo e l’uomo, voltando le spalle a Dio. Il sacerdote assume, in tal modo, un ruolo determinante, invece che essere determinato alla presenza di Dio.

Dio è il pittore, la nostra fede è la pittura, i colori sono la Parola di Dio, il pennello è la Chiesa con Giovanni Gasparro

Quali sono, secondo Lei, le ragioni per cui il Cristianesimo ha perso aderenza nei confronti dell’arte sacra?

Nella contemporaneità, il concetto di bellezza è stato depauperato del suo afflato trascendente e del suo valore ontologico, riducendolo ad un vacuo sentimentalismo meramente estetizzante che spesso asseconda le tendenze suggerite da contesti à la mode. In ispecie, in molte città europee, le arti sacre e l’architettura sacra contemporanea, appaiono come traslazioni figurate dei dettami modernisti (funzionalisti e razionalisti) del Bauhaus, se non di false religioni orientali o protestanti, ed ancora mutuate dalle teorie spiritualistiche del XIX e del XX secolo. Come non identificare certe forzature formali se non in una sensibilità figlia delle teorizzazioni antroposofiche di Rudolf Steiner e teosofiche di Helena Blavatsky? Se questo è acclarato per Piet Mondrian che non si è occupato d’arte liturgica, probabilmente può essere esteso anche ad Henri Matisse (almeno negli aspetti formali) per la sua Chapelle du Saint-Marie du Rosaire a Vence in cui disegnò persino i paramenti sacerdotali. Lo stesso valga per lo scultore Giacomo Manzù (il quale resta comunque un ottimo artista, in altri contesti creativi) con la sua Cappella della Pace, concepita per l’uso privato di Monsignor Giuseppe De Luca ed alla morte del committente, nel 1962, destinata alla comunità religiosa di Sotto il Monte, alla memoria di Giovanni XXIII. Il patriarca di Venezia Roncalli, divenuto pontefice, era amico di Monsignor De Luca, mediatore della Curia romana con esponenti politici e persino con l’Unione Sovietica. […]

Il processo evolutivo delle arti sacre del Cattolicesimo ha avuto sempre un vigore rinnovatore, ma all’interno degli argini delle esigenze catechetiche, liturgiche e devozionali che hanno garantito l’aderenza dei manufatti artistici ai canoni ecclesiali. Questa particolarità evolutiva dei linguaggi artistici ha prodotto opere fortemente diversificate esteticamente, ma tutte armoniche e funzionali al soggetto Chiesa. Si pensi ai mosaici di Ravenna, Pesaro e Venezia, agli stucchi del Serpotta a Palermo, agli affreschi aretini di Piero della Francesca piuttosto che ai teleri monumentali di Tiziano e Tintoretto, alle vetrate di Chartres o ai pavimenti intarsiati del duomo di Siena; opere sovente sedimentate nel medesimo edificio sacro, in tempi diversi, ma in perfetta armonia. Lo stesso valga per i differenti stili architettonici.

Nella Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia, promulgata dal Concilio Vaticano II, leggiamo che: «La Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico, ma, secondo l’indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, creando così, nel corso dei secoli, un tesoro artistico da conservarsi con ogni cura. Anche l’arte del nostro tempo e di tutti i popoli e paesi abbia nella Chiesa libertà di espressione, purché serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti. In tal modo essa potrà aggiungere la propria voce al mirabile concerto di gloria che uomini eccelsi innalzano nei secoli passati alla fede». Questa estrema libertà che la Chiesa ha sempre offerto agli artisti e con essi ai committenti ecclesiastici, nel post-concilio, bisogna riconoscerlo, partendo dalla Sacrosanctum Concilium, soprattutto nella frase «Ecclesia nullum artis stilum veluti proprium habuit», è stata interpretata come un nulla osta alla rottura ed al sovvertimento dei connotati identitari dell’arte e dell’architettura sacra cattolica. Le questioni volutamente non definite che mantengono una certa ambiguità verbale, lasciano intendere cose diametralmente opposte, demandando alla libera interpretazione anche ciò che non può essere lasciato all’arbitrio; questo è il caso della Sacrosanctum Concilium in cui è insito il germe della rottura con la Tradizione, reo di aver determinato la nascita di tanta arte sacra triviale. Sbaglierebbero, comunque, quanti attribuissero al solo Concilio Vaticano II tutte le responsabilità. Già prima del Concilio si intrapresero opere di demolizione simili agli “adeguamenti liturgici” attuali […]. Il modernismo condannato con vigore da San Pio X logorava la Chiesa sommessamente almeno dal XVIII secolo. Il Concilio Vaticano II ed il post-Concilio hanno esplicitato ciò che era sotteso. Nel pre-Concilio Vaticano II, il susseguirsi dei secoli non ha depauperato il fulcro del linguaggio artistico cristiano, non ne ha inficiato l’ethos, lo ha solo declinato alle esigenze espressive del momento. Per questo ci può essere progresso vero nelle arti (soprattutto sacre) solo se c’è un giusto equilibrio fra innovazione e tradizione. Oggi, invece, si sono abbandonate proprio le prerogative fondamentali (talvolta inconsapevolmente), creando opere d’arte “sacra” che appaiono come manifestazioni gnostiche del solipsismo soggettivista, scegliendo l’opzione aniconica, rigettata dalla Chiesa sin dalle origini, a scapito della figurazione, qualità stilistica che il Cattolicesimo ha ritenuto imprescindibile in tutta la sua storia bimillenaria […].

(pp. 216-219)

E ora la riflessione di… Domenico Bartolucci:

Maestro Bartolucci, ben sei papi hanno assistito ai suoi concerti. In quale di loro ha trovato maggior sapienza musicale?

In Benedetto XVI. Suona il pianoforte, è un profondo conoscitore di Mozart, ama la liturgia della Chiesa e di conseguenza tiene in somma considerazione la musica. Anche Pio XII l’amava molto e spesso suonava il violino. La Cappella Sistina deve poi moltissimo a Giovanni XXIII. Da lui nel 1959 ebbi l’approvazione per il progetto di ricostituzione della Sistina che purtroppo, anche a causa della malattia del precedente direttore Lorenzo Perosi, era in condizioni precarie: non aveva più un organico stabile, un archivio musicale, né una sede. Allora si ottenne la sede, si congedarono i falsettisti e si definì l’organico dei cantori con i relativi stipendi; finalmente si poté anche istituire la scuola dei ragazzi. Poi venne Paolo VI, ma lui era stonato e non so quanto apprezzasse la musica.

Perosi, il cosiddetto rifondatore dell’oratorio italiano?

Perosi era un autentico musicista, un uomo impastato di musica. Ebbe la fortuna di dirigere la Sistina ai tempi del Motu Proprio sulla musica sacra che voleva giustamente purificarla dal teatralismo di cui si era imbevuta. Poteva dare un nuovo impulso alla musica di Chiesa, ma purtroppo non aveva una conoscenza adeguata della polifonia palestriniana e delle tradizioni sistine. Del canto gregoriano poi affidò la direzione al vice maestro! Le sue composizioni liturgiche spesso sono state d’esempio per lo stile superficiale del cecilianesimo, lontano da quella perfetta fusione tra testo e musica.

Perosi faceva il verso a Puccini…

Ma il lucchese era un uomo intelligente. E poi i suoi “fugati” erano ben superiori a quelli del tortonese.

In qualche maniera Perosi è stato l’antesignano dell’attuale volgarizzazione della musica sacra?

Non proprio. Oggi nelle chiese sono di moda le canzonette e lo strimpellio delle chitarre, ma la colpa è soprattutto delle idee sbagliate di pseudo intellettuali che hanno creato questa degenerazione della liturgia e quindi della musica, travolgendo e disprezzando l’eredità del passato e credendo di ottenere chissà quale bene per la gente. Se l’arte della musica non torna alla grande arte, non ad un accomodamento o a un sottoprodotto, non ha alcun senso interrogarsi sulla sua funzione per la Chiesa. Io sono contro le chitarre, ma anche contro la faciloneria della musica ceciliana: più o meno è la stessa zuppa! Il nostro motto deve essere: torniamo al canto gregoriano e alla polifonia palestriniana e proseguiamo su questa strada!

Quali sono le iniziative che Benedetto XVI dovrebbe prendere per realizzare questo disegno, in un mondo fatto di discoteche e ipod?

Il grande repertorio di musica sacra che ci è stato consegnato dal passato è costituito dalle messe, dagli offertori, dai responsori: prima non esisteva liturgia senza musica. Oggi colla nuova liturgia questo repertorio non ha più spazio, è una stonatura, inutile illudersi. È come se Michelangelo per il giudizio universale avesse avuto a disposizione un francobollo! Mi dica lei come è possibile oggi eseguire un Gloria o addirittura un Credo. Per prima cosa dovremmo tornare, almeno per le messe solenni e per le feste, a una liturgia che dia spazio alla musica e che si esprima nella lingua universale della Chiesa, il latino. In Sistina, dopo la riforma liturgica, ho potuto mantenere vivo il repertorio tradizionale della Cappella solo nei concerti. Pensi che la Missa Papæ Marcelli di Palestrina non si canta più in San Pietro dai tempi di Papa Giovanni! Ci fu concesso benignamente di eseguirla per l’anno palestriniano e la volevano senza il Credo, ma quella volta fui irremovibile e si eseguì tutta.

(Appendice, pp. 416-418, Intervista esclusiva di Riccardo Lenzi de «L’Espresso» al maestro Domenico Bartolucci, in S. Magister (a cura di), [http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/72901], 21 luglio 2006)

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